Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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14 gennaio 2018

Disinformazione



"Non sappiamo più riconoscere le cose feroci." 
Zerocalcare, 2017.


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12 gennaio 2018

Il mainstream è cultura: Il trono di spade



"Ma lo guardano tutti..."
L'altra sera mi sono trovata a cena con degli amici, nonché inaspettatamente immersa in una discussione su una delle serie TV che da anni sta spopolando tra fan di tutte le generazioni: Il trono di spade (Game of Thrones, Ndr). Io e un altro ragazzo abbiamo preso d'assalto un'amica - povera malcapitata - che fa l'insegnante, nel tentativo di convincerla a seguire la serie.
Come avviene sempre, a questa domanda è seguita la risposta "Ma lo guardano tutti...".
Ecco allora una mistica rivelazione.
Che piaccia o no, il fatto che "tutti" guardino qualcosa, o leggano, seguano, giochino a qualcosa, non fa che donargli valore.
Innanzi tutto, ergersi a luminari dell'intrattenimento, troppo colti per apprezzare ciò che è apprezzato dalla massa, pare leggermente eccessivo. Probabilmente nemmeno de Tocqueville avrebbe potuto permettersi tanto.
In seconda istanza, non è proprio forse il successo a determinare cosa è importante e cosa non lo è? Certo, noi potremo avere la cultura, la preparazione e il gusto necessari per apprezzare un'opera inedita, capolavoro della letteratura al pari della Divina Commedia, ma, a livello puramente utilitaristico, non potremo mai fare sfoggio di tale perfezione se saremo gli unici a conoscerla.
È necessario guardare Il trono di spade. Anche se è "mainstream". Soprattutto perché è "mainstream". La cultura di massa è cultura generale ed entrambe sono, sempre e comunque, cultura: una comunità molto allargata che comunica con un codice linguistico fatto di citazioni. Come possiamo approcciarci a essa se alla frase Valar morghulis non sappiamo come rispondere? 
Accanimento anti cultura di massa
Chiunque si rifiuti di adattarsi o anche solo di sforzarsi ad apprendere la cultura mainstream, si sta auto-escludendo da una componente fondamentale della vita sociale e comunitaria.
Questo vale ancora più per tutti i professionisti della comunicazione, che hanno il dovere di inserirsi nelle dinamiche e logiche contemporanee, senza ostentare - o per lo meno senza farlo eccessivamente - culture e glorie passate.
Mi permetto di parlare di questo argomento proprio perché anche io appartenevo, fino a poco tempo fa, a questa categoria di anti-mainstreaminsti accaniti. Nel caso di Game of Thrones, mi trovavo circondata da post sui social network, da citazioni, da discussioni su un mondo che non conoscevo e che mi ero, fino ad allora, rifiutata di conoscere. Quando ho avuto la possibilità di iniziare la serie, l'ho fatto alla maniera in cui uno studente di psicologia accetta di dover dare un esame di statistica; ma indovinate un po’? Mi è piaciuto. Non che avessi capito qualcosa di cosa accade al primo episodio; però sono andata avanti e in tre settimane ho consumato le sette stagioni uscite fino a oggi.
In fondo, come ho detto prima, se un generico qualcosa conquista milioni di fan in tutto il mondo, un motivo ci sarà.
 Il trono di spade
Vi invito allora a procedere con la lettura della saga dello scrittore americano George R. R. Martin, Cronache del ghiaccio e del fuoco, da cui è tratta la serie. Se però la prospettiva di leggervi cinque romanzi senza arrivare a una conclusione non vi alletta troppo, sappiate che è molto più probabile che il procedere della serie televisiva svelerà il finale in anticipo. A quanto pare, infatti, l'autore continua a posticipare una possibile data di pubblicazione del nuovo volume della saga, che sarà intitolato The winds of winter (I venti dell'inverno, Ndr) e non sarà nemmeno l'ultimo; mentre è notizia di pochi giorni fa che la HBO, casa di produzione della serie televisiva britannica, ha previsto la conclusione della serie in una ottava stagione di soli sei episodi... nel 2019.
Veronica Rosazza Prin
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11 gennaio 2018

Storia di una professione "in onda"

Nella storia e nel racconto professionale del giornalista Roberto Amen analizziamo tutte le sfaccettature, tutte le mansioni, i diversi incarichi con cui un giornalista deve fare i conti ogni giorno.
L’aspetto più interessante a mio avviso sono proprio i racconti iniziali con cui si apre questo testo, ovvero i racconti di come si affronta la prima diretta televisiva, dei sentimenti che si mescolano poco prima di andare in onda, le più svariate sensazioni che ti passano nella mente; imparare a gestire il bello e il brutto della diretta, gli imprevisti dei collegamenti, riempire gli eventuali vuoti, commentare al meglio i servizi e le immagini.
In questa prima parte possiamo capire quindi come la sequenza in cui si danno le notizie al telegiornale non è casuale, bensì è frutto di un’analisi accurata, un omicidio o un fatto di cronaca nera sono raccontati sempre per primi per indicare che sono avvenuti quello stesso giorno, o perché ci sono nuovi sviluppi recenti su quel caso, ma le notizie drammatiche devono proseguire con qualcosa di positivo, un messaggio speranzoso come ad esempio un miglioramento nel settore lavorativo, o una storia a lieto fine.
Alla fine di questo insieme di notizie l’ascoltatore per lo più è distratto, ha distolto la mente dai proprio problemi e si è concentrato sugli avvenimenti successi, oppure è concentrato nei messaggi di speranza appena sentiti.
La tv diventa quindi uno svago, è motivo si stacco dalla propria vita.
Questo appena descritto non è però l’unico compito e l’unico lavoro del giornalista, è forse solo quello più conosciuto, ma cosa c’è dietro a tutto questo che vediamo?
Roberto Amen ci fa entrare nelle redazioni dove ha lavorato, il primo lavoro con cui un buon praticante giornalista deve cimentarsi è quello della stesura di un articolo, se possibile per renderlo più veritiero è sempre consigliato fare anche delle foto della situazione in questione, o ad esempio portare foto e video dell’intervistato. In questo caso è, oltre al giornalista, anche la troupe a entrare nei momenti quotidiani delle persone coinvolte, rispettando i tempi e i modi dell’intervistato.
Tutto ciò che il giornalista deve riportare è pura notizia, è il fatto veritiero senza commenti né pregiudizi, la notizia, gli eventi formano negli ascoltatori un’idea, un loro giudizio critico, le responsabilità del giornalista sono quelle di fornire le basi perché ognuno maturi una propria idea.
Questo vale anche per la politica, infatti ogni trasmissione è tenuta a dedicare lo stesso tempo per ogni fazione politica.
Roberto Amen precisa anche che le scorrettezze esistono lo stesso in questo settore, infatti una testata giornalistica può parteggiare per un partito montando dei servizi migliori per il partito in questione, più piacevoli, e brillanti, e servizi invece confusi e poco chiari per il partito opposto.
Una grande parte di questo libro è dedicata al maestro di Roberto Amen, Gigi Bertoccini, colui dal quale, tra le altre, ha appreso le nuove tecniche di linguaggio giornalistico; questa è sicuramente la parte più attuale. Il linguaggio giornalistico si è adattato ai nuovi mezzi di comunicazione come twitter, dove per lanciare un messaggio coinciso che venga appreso dai giovani nel  migliore dei modi bisogna usare frasi corte, secche, in questa nuova tecnica rientrano anche le pubblicità televisive che con pochi secondi a disposizione riescono a vendere qualsiasi tipo di prodotto.
Amen ci regala direi tante nozioni di base del giornalismo, di come farlo al meglio con profonda umiltà, attento e sensibile alle vicende umane, a trattarle con rispetto, senza cadere nell’esagerazione pur di fare qualche ascolto in più.
Questo è stato sicuramente l’aspetto che mi ha colpita di più, illuminante in questo senso è stato il racconto di come il giornalista Roberto Amen ha affrontato la storia delicata e agghiacciante del tentativo di salvataggio, non andato a buon fine, di Alfredino.
In conclusione questo libro è ricco di aneddoti, di infiniti dettagli, ho cercato di catturare gli aspetti salienti del lavoro di giornalista, con i pregi e difetti.
Elisa Cosini

Roberto Amen
In onda. Visioni e storie di ordinaria tv
Egea, Milano, 2016, 185 pp.
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10 gennaio 2018

I grandi Derby firmati da Gianni Brera


DERBY! edito nel 2015, è la raccolta di tutti gli articoli del giornalista sportivo Gianni Brera pubblicati in occasione del derby di Milano, la partita tra l’A.C. Milan e la F.C Internazionale Milano.
L’opera è stata pubblicata dopo la morte dell’autore per volontà di Paolo Brera, terzogenito  del giornalista Gianni Brera e anch'egli scrittore come il padre.
Il volume comprende la cronaca delle partite di calcio disputate tra il 1956 e il 1992, ed è inoltre una preziosa testimonianza dei cambiamenti che sono avvenuti in una città come Milano. La narrazione inizia dal boom economico avvenuto alla fine del secondo conflitto bellico e termina nel 1992, periodo in cui le due società sportive sono di proprietà degli imprenditori milanesi Ernesto Pellegrini e Silvio Berlusconi mentre Milano, è ormai una metropoli affermata e famosa in tutto il mondo.
La scelta di concentrare l’attenzione dell’opera sulla stracittadina è interessante: Il derby è una partita molto diversa da tutte le altre che si giocano durante la stagione; lo stadio è colmo di tifosi provenienti dalla stessa città, la distanza territoriale è quindi nulla, i posti a sedere sono tutti esauriti; durante la partita entrambe le squadre vengono sospinte e incitate dai propri tifosi per tutti i novanta minuti. Il cantante Adriano Celentano cantava “Eravamo in 100.000” per indicare il numero di tifosi presenti allo stadio in occasione del derby, un evento che quasi scandisce il tempo della città.
La rivalità tra le due formazioni, nata nel 1909 a causa della creazione dell’Internazionale Milano da parte di alcuni dissidenti dell’A.C. Milan, con il passare degli anni assunse anche caratteri politico e sociali.
Per la prima metà del XX secolo la tifoseria milanese era per la maggior parte divisa a seconda dell’estrazione sociale di provenienza: il tifoso interista proveniva dalla classe borghese mentre il tifoso milanista dalla classe operaia e popolare, in un periodo storico in cui la lotta di classe era particolarmente sentita. I soprannomi con le quali le due tifoserie si apostrofavano dipendono  da questa differenza di classe. I tifosi milanisti, per esempio, venivano chiamati “casciavit” (cacciavite) o “tramvèe”(tramvai), per la appartenenza alla classe operaia, mentre i tifosi nerazzuri erano scherniti con epiteti come “bauscia”(sbruffoni) o “muturèta” (perché potevano permettersi il privilegio di poter andare allo stadio in moto); questo dualismo ancora oggi sopravvive ma ha perso molto della natura socio politica che l’aveva contraddistinta nel corso degli anni.
In occasione del derby, gli abitanti della città sono stipati sugli spalti dello stadio: mentre sostengono e incitano la propria squadra i rapporti di parentela e di amicizia passano in secondo piano per quell’ora e mezza di gioco, come è stato per Franco e Beppe Baresi, non a caso scelti per la copertina per rappresentare in un’immagine il concetto di derby milanese. I due fratelli incarnano in pieno lo spirito del derby milanese; fratelli che si ritrovano in campo come avversari in una sfida senza alcuna esclusione di colpi, nel pieno rispetto dell’avversario per fare in modo che la propria squadra prevalga sull’altra.
Le sfide fra le due rivali milanesi sono raccontate ed analizzate da Gianni Brera con uno stile ed un linguaggio giornalistico che, fino ad allora, non si erano mai visti nella comunicazione italiana.
La seconda meta del XX secolo vede Gianni Brera nei panni del protagonista principale della cronaca sportiva, dato che egli riesce a dare vita a uno stile giornalistico innovativo e moderno, basato sulla vena letteraria e narrativa.
La prosa si sposa e si intreccia con la cronaca sportiva; il frutto è un cocktail frizzante di piacevole lettura.
Il lettore si ritrova immerso in una lettura scorrevole e difficile da abbandonare. La cronaca sportiva è rifinita preziosamente dal giornalista lombardo con termini e neologismi, utilizzati ancora oggi, e divenuti iconici per questo sport.
Di particolare importanza è il lessico di Gianni Brera; il giornalista è solito utilizzare spesso termini propri del dialetto in maniera particolare quello milanese, avvicinandosi così con il lettore medio.
La scelta dell’utilizzo del dialetto è molto importante dal punto di vista storico: l’Italia è ancora una nazione giovane, nata da nemmeno un secolo i tassi di analfabetismo sono ancora elevati e la maggior parte degli popolazione italiana parla solamente il proprio dialetto regionale. Il giornalista di San Zenone Po attraverso le sue opere vuole tentare di elevare le forme dialettali dal momento che queste sono vere e proprie forme linguistiche.
“Io non penso in italiano, penso in dialetto perché sono un popolano”. Con questa frase si può facilmente riassumere tutto il pensiero e l’opera di Gianni Brera.
L’intento del giornalista milanese è quello di portare modi di dire, pensieri e termini regionali all’interno di una lingua italiana universale e comprensibile in tutta la penisola.
Brera vede come il dialetto, unica lingua conosciuta per la maggior parte della popolazione, come un mezzo per accompagnare milioni di italiani nel processo di alfabetizzazione dal dialetto all’italiano. Questo processo tuttavia deve tenere conto delle peculiarità dei singoli dialetti salvando  e valorizzando ciò che si può portare in italiano.
Per molto tempo il giornalismo sportivo era stato considerato come una forma di giornalismo di secondo piano. Il giornalista di San Zenone Po invece, per tutta la sua carriera, è un fermo sostenitore della cronaca sportiva. Lo sport è una di quelle forme che unisce le masse sotto un’unica bandiera spingendole a tifare per essa, uno di quei rari momenti in cui è possibile vedere un’intera nazione unita.
La pagina sportiva è da sempre la pagina più letta e amata dai lettori, la pagina che colpisce l’immaginario collettivo e che permette ai lettori di fantasticare sulle imprese dei propri beniamini.
Dato che lo sport gode di questa posizione privilegiata, chi si occupa di cronaca sportiva deve agire di conseguenza; la prosa deve coinvolgere e trattenere l’attenzione del lettore e la cronaca deve avere una funzione pedagogica e istruttiva; avvicinare gli analfabeti a un utilizzo corretto dell’italiano e combattere anche l’analfabetismo di ritorno, che oggigiorno è una vera e propria piaga.
Lo stile di Gianni Brera è quindi un misto di narrativa e riferimenti alla cultura classica; al giornalista  milanese si deve l’introduzione di molti termini calcistici tuttora utilizzati.
Questi termini hanno tra le origini più svariate; tra i termini proposti da Brera ricordiamo intramontabile che deriva dalla letteratura classica greca; con questo termine si indica un giocatore che nonostante l’età avanzata non ha perso lo smalto. Il termine melina invece deriva dal dialetto bolognese e viene utilizzato per indicare quella fase del gioco nella quale una squadra cerca di controllare la palla per più tempo possibile. Il termine goleador deriva dalla spagnolo toreador della corrida. All’estro di Gianni Brera si deve anche l’introduzione del termine incornare con cui si fa riferimento a quando un giocatore riesce a trovare la rete grazie a un colpo di testa e superare i propri marcatori. Questa immagine  legata al mondo della corrida spagnola e l’attaccante viene paragonato a un toro.
Alla penna e alla vena artistica di Gianni Brera si deve anche l’adozione di alcuni nomignoli per alcuni giocatori, questi soprannomi creati dal giornalista sono rimasti legati in maniera indissolubile all’immagine dei singoli giocatori e che pronunciati ancora oggi evocano ricordi nell’immaginario dei tifosi.
Gianni Brera per indicare il difensore Franco Baresi, coniò il termine “piscinin” che nel dialetto milanese significa piccolino; questo appellativo faceva riferimento sia al fatto che Franco non era di statura molto elevata per giocare nel ruolo di difensore, ruolo che tuttavia ricopriva in maniera maestosa e che inoltre era il fratello minore di Beppe Baresi anch'egli giocatore e rivale in campo.
Un altro soprannome creato dal giornalista milanese é “bonimba”, per indicare l’attaccante Roberto Boninsegna. Il termine nasce dall’unione del cognome del giocatore con la parola “bagonghi” con cui si indicavano i nani da circo. Questo soprannome nasce dall’aspetto fisico dell’attaccante che, nonostante la bassa statura, riusciva facilmente a superare i difensori avversari e a sgusciare tra essi quasi come un nano da circo.
Giovanni Lodetti viene soprannominato “blasetta”, che nel dialetto milanese indica il mento pronunciato, caratteristica fisica che lo contraddistingueva.
Il mediano Gabriele Oriali viene ribattezzato come “piper” perché questo giocatore correva rapido per il terreno di gioco e rimbalza da una parte all’altra del campo quasi come la pallina di un flipper, questa sua caratteristica lo rese un idolo per i suoi tifosi.
Mario Corso viene apostrofato come participio passato del verbo correre, vista la sua poco dinamicità.
Gli eterni rivali Sandro Mazzola e Gianni Rivera sono soprannominati mazzandro e abatino.
Grazie a queste espressioni Brera riesce ad avvicinare i lettori ai propri idoli sportivi, che diventano quasi dei familiari per i tifosi. I lettori si trovano immersi nella lettura degli articoli sportivi e lo affrontano come un romanzo in cui vengono raccontate le gesta dei loro beniamini.
Il lettore si trova così costretto a leggere tutto l’articolo per scoprire il finale e scoprire come il proprio idolo sportivo è riuscito a superare l’avversario.
Lo stile di scrittura di Gianni Brera può ricordare lo stile dell’epica classica; la nazione italiana era nata da nemmeno un secolo, si sentiva il bisogno di eroi comuni a tutta la nazione che potessero unire tutti i tifosi e gli amanti dello sport sotto un’unica bandiera, quella italiana; attraverso i suoi articoli di cronaca riuscì a dare agli amanti dello sport quegli idoli e quegli eroi che, superavano gli avversari e compivano imprese come gli eroi dei poemi omerici.
In questi quasi 40 anni di cronaca sportiva Gianni Brera ha accompagnato milioni di tifosi delle formazioni milanesi attraverso grandi vittorie, traguardi ma anche attraverso sconfitte e delusioni.
Brera ha accompagnato più di una generazione di lettori sportivi, facendo da modello per molti che si sono avvicinati a questo settore. Negli anni in cui il cartaceo era la principale forma di informazione per gli italiani, per la maggior parte analfabeti, egli grazie alla sua penna e all’utilizzo si semplici parole riusciva a creare immagini forti, molte vicine alla realtà  con un leggero contorno poetico, epico e oggi anche  un po’ nostalgico.  Avvicinò milioni di italiani alla lettura di un prodotto giornalistico degno di questo nome elevando anche lo sport a una funzione pedagogica e istruttiva, cosa forse oggi dimenticata o passata in secondo piano.
Gianni Brera in molti dei suoi articoli, anche grazie ai riferimenti alla cultura classica, riesce a portare i lettori sportivi italiani a conoscere quelle figure iconiche dell’epica, che non avrebbero avuto altro modo di conoscere.
Francesco Vallerga

Gianni Brera
DERBY!,
BookTime, Milano, 2015.
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09 gennaio 2018

Punto


Essenziale. Preciso. Costruttivo. Come un punto. Una pausa del pensiero necessaria non per concluderlo ma per permettere la sua evoluzione in una riflessione più profonda.
La rapida carrellata di Paolo Pagliaro, prestigioso giornalista, sui problemi legati alla “post-verità”, evidenzia i punti salienti dell'attuale pericoloso declino dell'informazione.
Fermare l'overdose informativa che ci sommerge ogni giorno è possibile. Così come ritrovare la capacità di distinguere tra ciò che serve a meglio orientare le scelte della nostra vita e tra ciò che, al contrario, quelle stesse scelte le confonde e le manipola.
L'”infobesità” è una patologia reale. Si annida tra le fake-news mitragliate in continuazione sui social network e rimbalzate nelle agende-setting di telegiornali e quotidiani. Il risultato è che la moltiplicazione del falso sembra essere diventato il paradigma condiviso dalla maggior parte dei professionisti dell'informazione. A scapito di quella narrazione dei fatti e della verità che, per tale categoria,  dovrebbe essere il principale punto d'orgoglio. Mentre, in nome delle logiche di mercato e di profitto, prevalgono emozioni, suggestioni, storytelling, propaganda. Di tutto tranne il racconto veritiero dei fatti. Ormai, usare la bugia come strumento per ottenere visibilità e consenso è pratica diffusa e accettata. Tollerata e subita soprattutto da chi l'informazione non la riceve più perché ne è letteralmente bombardato, nell'illusoria convinzione di essere cittadino consapevole delle proprie valutazioni, soggetto attivo e partecipe della costruzione del proprio futuro, esente da manipolazioni esterne.
Qui ci vuole un punto, una riflessione. Non per fermarsi, ma per ripartire. Così, auspica l'autore. Una pausa dal respiro più ampio e meno frettoloso del solito. Il ripristino della facoltà pensante come abilità condivisa. Il riscatto di chi produce informazione di qualità in modo eticamente corretto. È una battaglia che va combattuta soprattutto sul web, dove il narcisismo della politica si nasconde dietro la comunicazione e ne sostituisce il dibattito e dove il narcisismo di massa affonda l'assenza di pensiero critico nella velocità virale di opinioni basate sulla diffusione di fiction.
A risentirne è soprattutto la qualità della democrazia che trasferisce il potere di condizionare l'opinione pubblica agli esperti di marketing. Creare pseudo-notizie e farle circolare ad arte sui social in modo tale che diventino argomento di infinite condivisioni e acquistino così una valenza di verità fino a conquistare il primo posto tra gli argomenti di interesse generale.
La strategia della disinformazione si propaga come un virus, attraverso internet. Distraendo il “pensiero mobile” dei suoi fruitori dalla manomissione delle opinioni e dei fatti. Ad essere contagiata è soprattutto la platea dei “nativi digitali” che, riflettendosi nello specchio della community, credono di sfuggire alla solitudine e presumono di trovare più libertà di accesso ad un'informazione diretta e priva di mediazioni. In realtà, l'accesso è facilitato solo al pensiero semplificato e preconfezionato, con lo scopo di produrre costante distrazione dalla realtà o, tuttalpiù, saltuaria attenzione parziale, fluttuante nel mare della dispersività.
Perché, è noto, troppa informazione equivale a nessuna informazione.
  Un eccesso di disinformation che pervade il quotidiano e rischia di trasformarsi in una patologia curabile solo rivendicando il “diritto alla disconnessione”. Mettendo un freno al collegamento H24 per avere il tempo di pensare, farsi domande, riflettere senza l'ansia di rispondere all'ultimo tweet. Questa è una delle soluzioni che l'autore propone come cura all'epidemia in corso. Ma non basta.
É necessario accettare di non potere essere informati su tutto in ogni momento. E quello che sembra il limite del parziale e del provvisorio si evolve in un'opportunità di sviluppo dell'intelligenza collettiva del gruppo a cui si appartiene. Raccogliendo le capacità dei singoli per non disperdere le energie e concentrandosi sugli argomenti di vero interesse per approfondire e pensare in profondità.
Ma il “disagio del pensiero”, come disse J. Kennedy nel 1962, costa tempo e fatica. Al contrario delle più comode opinioni e dei facili pregiudizi precotti dalla rete.
Diventa, quindi, prioritario investire sulla produzione di informazione di qualità e formare professionisti eticamente preparati, passando attraverso accordi economici e politici che coinvolgano le grandi piattaforme di distribuzione delle notizie e i potenti gruppi editoriali.
Per esempio, punire la diffusione arbitraria di fake-news, etichettandole in modo ben visibile, può essere anche un modo per difendere la reputazione di chi le informazioni le produce e le diffonde.
Così come combattere la creazione di falsi profili-clone sui social, i cosiddetti bot, che tanto piacciono alla politica, è un modo imprescindibile per salvaguardare il buon funzionamento del sistema democratico. Infatti, l'anonimo popolo della rete si nutre di notizie false ma non del tutto inverosimili, che acquistano validità proprio per la loro capacità di essere rilanciate e condivise. Ed è proprio questo popolo, lo “sciame digitale”, ad essere esposto alle conseguenze della manipolazione del mercato del consenso.
      Secondo l'autore è l'autodisciplina, sia di chi produce sia di chi consuma informazione, una delle  soluzioni più realistiche alla deriva attuale. Il controllo dei fatti e delle fonti e l'onestà nel riferirli si confermano come i cardini dell'informazione professionale di cui Paolo Pagliaro, anche in questo testo, è sicuro interprete ed orgoglioso portavoce. Con quel pizzico di passione che è la molla che aiuta a distinguere tra verità e idee. Un punto, questo, su cui l'autore fornisce lo spazio e gli strumenti necessari alla riflessione, auspicando, tra le righe, la nascita di un pubblico più critico capace di pretendere un'informazione onesta e veritiera. Sarà allora che anche il mercato e la politica saranno obbligate ad adeguarsi alle esigenze della comunità, fermando il declino dell'informazione di qualità.
Ecco. A volte, basta fermarsi su un punto.
 Anna Scavuzzo


Paolo Pagliaro
Punto. Fermiamo il declino dell'informazione
Il Mulino, Bologna, 2017, pp. 128.

07 gennaio 2018

L'America di Oriana Fallaci


Viaggio in America è il titolo di un’opera della celebre scrittrice e giornalista Oriana Fallaci, pubblicata nel 2014. É il 1965 quando la Fallaci decide di raccontare il Paese a stelle e strisce in una serie di articoli per l’Europeo, racchiusi successivamente in questo libro da Rizzoli Editore. Oriana, curiosa di capire il mondo e gli uomini, vuole raccontare com’è l’America vista da un’italiana. L’America non appartiene solo agli americani, perciò ha il diritto di raccontare ciò che va e ciò che invece non va: «Ho il diritto di sapere chi sono, se sono felici o infelici, mascalzoni o perbene. Ho il diritto di ascoltarli, osservarli, spiarli», scrive l’autrice. Così, la vastità e la complessità degli Stati Uniti la spingono a intraprendere un viaggio per poter raccontare il Paese dopo averlo osservato più da vicino.
Il libro è suddiviso in sei parti che racchiudono straordinari ritratti di cantanti, politici, astronauti, attori e divi di Hollywood e una descrizione delle tante facce della New York degli anni Sessanta, spesso presentata come un inferno, dove possedere una rivoltella equivale ad avere la macchina per lavare i piatti, la televisione, il telefono, l’automobile, il frigorifero; e poi lo spumeggiante viaggio on the road con l’amica Shirley MacLaine per percorrere all’incontrario la strada degli antichi pionieri che nell’Ottocento si mossero dalla Virginia alla California. La silenziosa Death Valley, Las Vegas, il Grand Canyon, sono solo alcune delle numerose tappe del viaggio con la MacLaine. «L’America è così vasta, paurosamente vasta. C’è di tutto in America». Così, per sentirsi di nuovo a casa attraverserà il paese per far visita, da buona toscana, a Florence in Alabama. Ed è proprio qui, negli stati del Sud, che comprenderà il dramma d’essere nato color della notte in un Paese dove la maggioranza delle persone è color del giorno. Nelle oltre due settimane di viaggio Oriana confessa che la comodità americana è assai attraente, sì, ma anche che le manca qualcosa. In uno scenario perfetto, in una vita perfetta fatta di benessere, prati curati, piscine riscaldate, bibite fresche, campi da tennis e tecnologia, ciò di cui sono privi gli Stati Uniti sono i fantasmi. Vale a dire i fantasmi di coloro che levigarono i sassi su cui si cammina: lì non c’è memoria, non ci sono ricordi né tradizioni e i troppi comfort stanno per ingoiarla. Si sente rimbecillita da quel mondo dove tutto è troppo. L’America impaziente che non si affeziona mai a nulla, si stacca senza dolore da tutto: genitori, figli, coniugi, case, paesaggi. Sono queste, secondo lei, le cose che un europeo non può comprendere.
Il libro si conclude con un’inchiesta sui teenager americani, preziosa per capire la società dell’epoca e con delle “Lettere dall’America”, contenenti gli aneddoti più strambi come le maldestre intercettazioni telefoniche da parte della CIA o una Fallaci intenta a fumare le bucce delle banane. Un rapporto di odio e amore, quello tra Oriana e l’America. Gli USA, però, sono una continua scoperta e questo la elettrizza. L’autrice, con uno stile sfrontato e brillante, racconta di un’America che forse non è cambiata poi così tanto e che, forse, non odia poi così tanto: «Dell’America mi piacciono i western, i ponti, i biondi, la Costituzione, sebbene sia spesso dimenticata, il roast beef che qui lo cuociono bene, non bruciato di fuori e crudo di dentro, ma d’un bel rosa unito dalla buccia all’interno. Mi piace. E poi mi piace il garbo delle telefoniste che qui non sono villane, mi piace il sorriso con cui i poliziotti del Kennedy Airport mi dicono tutte le volte che torno a New York: «Welcome home», benvenuta a casa».
Paola Alemanno



Oriana Falalci
Viaggi in America
Rizzoli, Milano, 2014.
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06 gennaio 2018

Rewire: positivo, con un “ma”…


Adattarsi a un mondo in continua trasformazione, tanto più se nell’era della tecnologia, non è un compito semplice. Le trasformazioni sono repentine e radicali, al punto tale che chiunque si trovi a dover lavorare - ma anche solo vivere - in un simile tumulto, spesso non fa in tempo ad adeguarsi che è già tempo di cambiare. Quello che sembra ormai ovvio è che ci troviamo oggi nell’era della globalità, in cui le idee, i processi, le tendenze e anche le problematiche non si trovano circoscritte in un’area definita, ma divengono comuni a realtà geografiche anche molto distanti tra loro.
Di fronte a questo panorama in divenire, Ethan Zuckerman, studioso americano delle nuove forme di comunicazione e di cultura digitale, propone alcuni ragionamenti e considerazioni utili a chi stia cercando di orientarsi nell’oggi; lo fa attraverso Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità, edito in Italia da Egea e uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel giugno 2013, pubblicato dalla W. W. Norton & Company.
Questa recensione fa riferimento alla versione epub: E. Zuckerman, Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità, Egea editore 2014.
Cosmopoliti…
Il cosmopolitismo sembra essere un argomento che sta molto a cuore all’autore, non solo perché ha così intitolato la sua opera: basandosi sulla definizione proposta dal filosofo Kwame Antony Appiah, l’uomo e la donna cosmopoliti dimostrano un «genuino interesse per le concezioni e le pratiche altrui, impegnandosi a comprendere, se non anche ad accettare o ad adottare, modi di vivere differenti» dal proprio; il cosmopolita, inoltre, «abbraccia seriamente l’idea di avere degli obblighi nei confronti degli altri». In quest’ottica, il divenire un cosmopolita deve essere, secondo Zuckerman, l’obiettivo di chiunque voglia fare comunicazione. Altro consiglio centrale nell’analisi dell’autore riguarda la possibilità di essere xenofili e figure ponte: i primi sono «individui attirati dall’insolito, che traggono ispirazione ed energia creativa nell’ampia diversità del pianeta», mentre i secondi «si muovono a cavallo tra due ambiti culturali; ne fanno parte, ad esempio, quei blogger impegnati a tradurre e contestualizzare i contenuti da una cultura all’altra». Tutti questi elementi sono fondamentali, secondo quanto asserisce Zuckerman, nel mondo globalizzato in cui viviamo: le differenze identitarie - di genere, di etnia, religione, lingua - portano allo sviluppo di differenze cognitive, che sono, a loro volta, il valore aggiunto per eccellenza dell’era della globalità.
 … digitali.
L’elemento digitale è proprio quello entro cui si muove Zuckerman: non solo si trova alla base della semplicità con cui avvengono oggi le comunicazioni e, quindi, dei rapporti contemporanei, ma è anche - e soprattutto - il futuro di imprese, persone e mezzi di informazione.
L’inflazione dell’esempio
Tutti questi elementi sono presentati attraverso l’utilizzo smodato di esempi: sebbene gli stessi rappresentino uno strumento utile per illustrare ragionamenti complessi, specialmente a chi si stia approcciando per la prima volta a simili argomenti, la loro massiccia presenza all’interno di questo volume risulta eccessivamente pesante anche per il lettore più attento. Volendo azzardare una stima, una buona metà dell’intero volume è persa in esempi: esempi sulla diffusione di nozioni e notizie, esempi tratti dall’Antica Grecia sull’approccio cosmopolita, esempi di come lo sviluppo delle connessioni possa costituire anche, a volte, un pericolo; anche gli aneddoti occupano un ruolo importante in Rewire: sulla nascita dei forum, sulle discussioni che hanno portato alla fondazione di Global Voices, sull’esportazione dell’acqua Evian. Una scelta stilistica che ha stravolto il proposito dell’esistenza stessa dell’esempio, appesantendo la lettura e rendendola eccessivamente lenta e difficoltosa.
Il vademecum della globalità digitalizzata
Nota decisamente positiva riguardo l’utilità delle teorie racchiuse nel piccolo volume. Concetti rilevanti come quello di homophily o di serendipità emergono chiari e evidenti, creando un filo conduttore che accompagna il lettore lungo tutto il suo percorso: il processo di notiziabilità internazionale, la gestione dei social network da parte di algoritmi sempre più aggiornati e “invadenti”, il ruolo fondamentale delle traduzioni in un mondo sempre più Eng sub ma con una forte componente idiomatica.
La lettura di Rewire somiglia a una palestra di comunicazione e di vita, che fornisce tutti gli elementi necessari per comprendere, almeno basilarmente, le dinamiche che muovono l’era della globalità e come fare a inserirvisi come professionisti della comunicazione e non solo.
Global Voices
Un intero capitolo del volume è, poi, dedicato a Global Voices, una rete internazionale di bloggers fondata da Zuckerman stesso e da Rebecca MacKinnon, con lo scopo di abbattere le barriere comunicative tra i Paesi “forti” e quelli più “deboli”: partendo dalla constatazione che, sul piano della discussione internazionale, maggiore spazio viene concesso a voci provenienti da contesti elitari e occidentali, Global Voices sfrutta i contributi generati dagli utenti di internet per «offrire a chiunque voglia esprimersi i mezzi per farlo, come anche di offrire gli strumenti adatti a chiunque voglia prestare ascolto a queste voci».
I volontari che collaborano a questo interessante progetto, ricercano e traducono, ogni giorno, i pezzi più interessanti pubblicati sui blog del loro Paese, in modo da renderli disponibili al resto del mondo. Quanti di noi sono adegutamente informati sulle questioni provenienti dalla Nigeria? Dall’Angola, dallo Sri Lanka, dalla Lettonia o dal Paraguai? Quello che fa il progetto Global Voices (all’indirizzo internet https://it.globalvoices.org/ per la versione italiana) è strappare il pesante velo delle barriere linguistiche e mediatiche, per aiutare chi sia interessato a mantenersi aggiornato, andando a pescare le produzioni originali delle voci meno ascoltate online e servendole su un piatto d’argento al pubblico internazionale.
Must-have
Un lavoro certamente accurato, impegnato e impegnativo quello di Ethan Zuckerman, che ha messo a disposizione del pubblico le competenze acquisite in anni di esperienza sul campo e di studi approfonditi. Potessi suggerire una nuova edizione, proporrei all’autore le mie considerazioni sull’impiego dell’esempio come strumento esplicativo; tuttavia ho trovato l’opera interessante e sostanzialmente utile: non è necessario avere interessi professionali negli elementi trattati; l’importanza fondamentale dei concetti “cosmopolita”, “digitale” e “era della globalità” - abilmente condensati nel titolo - rende Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità un testo must-have per ogni appassionato del mondo, della contemporaneità e dell’umanità.
Veronica Rosazza Prin

Ethan Zuckerman
Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità
Egea, Milano, 2014
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05 gennaio 2018

La critica teatrale nel Web




Com’è cambiata la critica teatrale, così come la conosciamo oggi, nel corso degli anni? Qual era il ruolo del critico ieri e qual è il ruolo del critico oggi? Come ha cambiato il modo di fare critica l’introduzione di internet nel nostro quotidiano? Ma soprattutto - e questo si può dire l’interrogativo più grande - oggi la critica esiste ancora?
Possiamo dire che il libro cerca, partendo dai tempi antichi, di rispondere, per quanto possibile, a tutte queste domande, e lo fa nel modo più sintetico e chiaro possibile, considerando che si trovano addirittura riferimenti all’antica Grecia fino ad arrivare ai giorni nostri.
Ciò che rende interessante questo libro è che, per fare chiarezza e per rispondere ai quesiti che ci siamo posti all’inizio e ad altri che emergono tra le pagine, utilizza soprattutto pensieri di critici, ma anche di chi la critica in un certo senso la subisce, come ad esempio gli ideatori di uno spettacolo teatrale; o talvolta il pubblico, che non dovrebbe solamente subire ma anche ragionare ma che, specialmente oggi, con la valanga di informazioni che lo travolge spesso si fida e si affida nelle mani di chi giudica al posto suo.
I temi affrontati nei diversi capitoli sono svariati; per citarne due: si illustra il passaggio che è avvenuto dall’utilizzo della critica tradizionale alla critica attuale, ossia il passaggio da analogico a digitale ma, uno degli aspetti a risultare più interessante, soprattutto perché di grande attualità, è anche l’ultimo che viene analizzato ed è l’interrogativo che interessa il nostro tempo: com’è cambiato il ruolo del critico con l’arrivo di internet? Esiste ancora il mestiere del critico nel senso vero e proprio del termine? I due quesiti sono così complessi che anche per gli autori è difficile arrivare ad una conclusione definitiva; nonostante ciò viene comunque spiegato passo passo e in modo chiaro il processo che ha portato alla trasformazione di questa figura oggi così complessa, e soprattutto viene mostrata una fotografia del mondo odierno che ha sì dato modo a ciascuno di esprimersi e di pubblicare idee, pensieri, recensioni, musica e altre opere o produzioni spesso auto-finanziate, ma ha anche tolto una serietà e una autorevolezza tipiche dei critici di altri tempi. Se ciò possa essere considerato un bene od un male si può dire che neanche Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino, i due autori del libro, lo abbiamo chiarito con certezza. Si può forse affermare che anche la figura del critico troverà il suo spazio in questa nuova era, sicuramente con le dovute modifiche che subirà nel tempo, così come la figura del giornalista, ad esempio, che è in continua evoluzione. Il libro, come detto, non fornisce risposte complete, ma aiuta senza dubbio nella formazione di una propria idea attraverso un’analisi approfondita dell’evoluzione di un mestiere e fornisce degli spunti per comprendere a fondo l’utilità della critica ai giorni nostri; e questo è, forse, l’elemento più importante perché, se il pubblico riuscirà nuovamente a capirne l’importanza, sarà forse possibile far sì che questo mestiere non scompaia del tutto.
Alice Ferraro


 Giulia Alonzo - Oliviero Ponte di Pino

Dioniso e la nuvola. L'informazione e la critica teatrale in rete:
nuovi sguardi, nuove forme, nuovi pubblici,
FrancoAngeli, Milano, 2017, pp. 192.

29 dicembre 2017

In libreria

Mario Cuxac
Stampa e regime, i giornalisti piemontesi

negli anni del fascismo (1922-1940)
Effedì Editore, Vercelli, 2017, pp. 250.

Descrizione
La stampa fu una delle armi più potenti utilizzate dal fascismo per la creazione e gestione del consenso. Ma quale fu il ruolo esercitato – e quali le attitudini manifestate – dai giornalisti nel loro ruolo di «funzionari» del regime? Il volume intende indagare tale realtà con particolare riferimento al caso piemontese, osservatorio particolarmente significativo sia per via del numero di giornalisti attivi durante il Ventennio, sia per via del rilievo dei quotidiani che vi si pubblicavano. Il volume è curato dal Centro Studi per il Giornalismo ‘Gino Pestelli’.

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19 dicembre 2017

Milano Sera: 10 anni di buon giornalismo

I giornali cartacei sono la memoria storica del nostro paese, sono un valore che nel tempo va scomparendo, con l’avvento del web ( computer, tablet, telefonini).
Ci sono stati giornali che hanno rappresentato tanto per il nostro paese come “Milano Sera” che pur essendo un piccolo giornale, con poche risorse finanziarie ha lasciato una traccia nella storia dell’Italia,  durato non più di 10 anni si è trovato in un periodo molto particolare dell’Italia pieno di avvenimenti.
A Milano nel 1945 con la caduta del fascismo i giornali d’ideologia di destra vennero tutti eliminati , tra questi c’era il Corriere della Sera che per un certo periodo rischiò di scomparire.
Gli unici giornali che avevano il permesso di uscire erano quelli di ideologia comunista: Il Sole, l’Italia, l‘Unità, l’Avanti, il Risorgimento Liberale, Il Popolo, Italia Libera. Tra i settimanali si riuscì a salvare il Corriere della Sera ma cambiando il nome alla testata fu chiamato “La Domenica”
Gaetano Afeltra era un giornalista che lavorava per il Corriere della Sera ma non era iscritto al partito fascista, egli fu un assiduo sostenitore del  giornale cercò i tutti i modi di salvarlo, incontrò vari giornalisti antifascisti tra cui Parri, Vagliani. Insieme pensarono che bisognava rinnovare il giornale con idee democratiche e che non avessero nulla a che fare col passato e col partito fascista , prima di tutto bisognava convincere il Comitato Nazionale di Liberazione. Per prima cosa si decise di trovare un direttore d’indubbia fedeltà alla repubblica decisero per Mario Borsa .
Mario Borsa fu un giornalista tenace assertore dei diritti di libertà e giustizia sociale, sotto il fascismo fu messo due volte in carcere e anche in un campo di concentramento. Borsa fu messo quindi alla direzione del Corriere della Sera, che solo nel 1946 tornò nelle edicole sulla testata in piccolo c’era la scritta ”Il Corriere Nuovo”. Si decise questo nome in ricordo dello storico giorno dopo la liberazione, giovedì 26 Aprile 1945 quando il giornale fu lanciato dai furgoncini nelle strade (come anche) dalle finestre di Via Solferino sede storica del Corriere della Sera.
Tra i sostenitori per l’abolizione del Corriere c’era Sandro Pertini socialista e accanito sostenitore delle sue idee di sinistra,  in quel periodo si vendevano solo giornali di ideologia comunista, come L’Unità, l’Avanti che trattavano solo notizie politiche , la popolazione iniziò a stufarsi e così si capì che ci voleva qualcosa di nuovo e di alternativo ai soliti giornali , nacque così “Milano Sera” un giornale con pochi mezzi ma tante idee che parlava  principalmente della città di Milano dei suoi cittadini. 
Usciva nel pomeriggio, l’impegno, l’entusiasmo dei giovani redattori era molto ma l’esperienza poca, si riunivano al mattino per leggere le testate dei principali giornali e poi nel pomeriggio dopo aver lavorato i pezzi facevano uscire il giornale. Questo foglio fece  molta fatica a   decollare, la grafica era mediocre e le foto banali, si vedeva l’impegno dei giornalisti  ma il giornale non vendeva. Negli anni passarono in redazione  molti bravi giornalisti e parecchi intellettuali. Alfonso Gatto era un poeta che collaborò insieme a molti altri nomi famosi  come Manlio Bonfantini, Oreste del Buono e  lo stesso Afeltra. Essi contribuirono alla buona riuscita del giornale che incominciò la sua ascesa  L’Italia appariva distrutta da 20 anni di dittatura  fascista . Negli anni che vanno dal 1946 e 1950 ci furono molti avvenimenti che Milano sera prese in considerazione dalle Elezioni politiche che furono vinte dalla Democrazia Cristiana con amara delusione dei Comunisti , alla scissione del sindacato CGIL e la nascita del sindacato Cisl più moderato e più verso la Democrazia Cristiana.

L’attentato a Palmiro Togliatti occupò parecchi fogli e per parecchi giorni, perché in seguito a quell’avvenimento gli operai insorsero e vi furono una serie di scioperi duri in tutto il paese . Una vera guerriglia che stava par trasformarsi in una piccola guerra civile . A smorzare gli animi si vocifera che fu la notizia della vincita di Bartali al Tour de  France.  L’arrivo dei film hollywoodiani, la morte del bandito Giuliano e altri casi di cronaca distolsero la popolazione dal clima di guerriglia che si era formato tra forze dell’ordine e operai.
Il 4 novembre 1954 nella prima pagina di Milano Sera si legge un comunicato rivolto ai lettori dove si annunciava la chiusura del giornale.
Questa notizia coglie i lettori di sorpresa e lascerà un grande vuoto nel mondo dell’editoria. "Le gravi difficoltà finanziarie ci costringono a chiudere, ci dispiace dover lasciare dopo 10 anni di avvenimenti importanti per il nostro paese.”
I giornali cartacei non possono e non devono sparire, sono un’abitudine, una tradizione una consuetudine importante, è bello pensare alle persone che la domenica mattina escono per andare a messa e tornando a casa comprano il giornale e le paste.
Fabrizio Dolcino

 Rinaldo Gianola
“Milano Sera”.  Un giornale per la Repubblica (1945 -1954)
Book time, Milano, 2016, pp. 120.
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17 dicembre 2017

Tra disinformazione e manipolazione

È da qualche anno ormai che mi sono appassionata alla lettura delle distopie riguardanti il futuro. Il filo rosso che collega tutte quelle che finora mi sono capitate fra le mani è la distorsione della realtà, finalizzata al controllo coercitivo della popolazione. Autori come Orwell, Huxley e Zamjatin sono figli della prima metà del ‘900, hanno vissuto le guerre e le rivoluzioni sulla propria pelle, hanno visto nascere le dittature più crudeli con i propri occhi. Hanno saputo prevedere alcune delle tecniche di manipolazione in uso oggi e che questo volume analizza dettagliatamente.
Leggendo il libro Disinformazione e manipolazione delle percezioni mi è capitato pensare alla parabola della rana che viene buttata in una pentola piena d’acqua fredda e messa sul fuoco lento. La temperatura sale piano piano e la rana è inconsapevole che l’acqua si sta scaldando e non fa nulla per salvarsi la vita. La società mi ricorda molto la rana, perché è composta da molti individui che si muovono inconsapevoli in un ambiente gradualmente sempre più ostile. Impotenti e senza speranza, molti si impigriscono sempre di più, subendo gli avvenimenti e vivendo le notizie in modo emotivamente primitivo. Il saggio Disinformazione e manipolazione delle percezioni spiega dettagliatamente e in modo molto semplice i problemi che devono essere affrontati sia da parte del fruitore delle notizie, che degli addetti ai lavori per quanto riguarda l’informazione in questa nostra società tecnologica. Il libro nasce dal convegno omonimo del 2015 cui partecipanti sono professionisti di diversi settori e che hanno in comune la lotta alla disinformazione.
Leggendo questa raccolta ho imparato a fare un utile distinguo fra la parola deception (inganno), disinformazione e mala informazione. La prima è usata prevalentemente nella letteratura anglosassone in riferimento al fenomeno della disinformazione nell’ambito militare, diplomatico e dell’intelligence, ed è utile per esempio a indurre un avversario a credere a una sorta di cover story, al fine di ottenere una reazione utile ai propri interessi. La disinformazione invece è un’azione ostile, che persegue un vantaggio in modo subdolo, diffondendo informazioni false sapientemente distorte e proprio per questo motivo richiede uno sforzo nella pianificazione. Una volta chiarito lo scopo finale, i deception planners devono mettere a punto una strategia che comprende per esempio la pianificazione dei contenuti e l’individuazione dei canali. La mala informazione non è intenzionale invece, si tratta di informazioni errate presentate come vere a causa di superficialità o ignoranza di chi le diffonde.
L’intervento meno utile e meno interessante è quello del rappresentante del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza (DIS). Rispetto a tutti gli altri professionisti l’ho trovato povero di contenuti significativi rispetto al tema così importante, ma pieno invece di inutili anglismi come outreach oppure the last but not the least. Come se la lingua italiana non fosse così ricca di vocaboli che permettono di esprimere degnamente un concetto! Il signor Rappresentante, lo scrivo con la maiuscola dal momento che non ci è dato
saperne il nome, è stato molto corretto politicamente e non si è sbilanciato di una virgola, rendendo onore alla categoria di coloro che parlano molto senza dire niente.
Il presidente dell’Istituto francese delle Analisi Strategiche, François Géré, è stato molto illuminante, sostenendo che la disinformazione trova il terreno fertile in ambienti psicologici dove sono diffusi il sospetto, l’ansia, la credulità e la superstizione. Guardo l’ambiente in cui viviamo e noto che tutte le caratteristiche da lui citate sono dominanti. Noi tutti siamo quel terreno fertile, facili prede degli interessi di potere di qualcuno che probabilmente cerca di realizzare il proprio piano mentre siamo occupati con qualcosa di futile.
Quando ho la fortuna di trovare del materiale interessante, collego tutte le informazioni che mi hanno colpito con la realtà che osservo. Leggendo questo capitolo mi è venuto in mente il corso di Linguistica e pragmatica della comunicazione, che ho frequentato durante il primo anno della laurea magistrale in Informazione e Editoria. Durante le lezioni si parlava spesso delle manovre politiche dannose per il cittadino (come i tagli alla sanità o all’istruzione), che contribuiscono senz’altro ad allontanare il cittadino dalle istituzioni, istupidirlo e creare così un ambiente proficuo dove poter diffondere la superstizione e la paura a proprio vantaggio. Sarebbe sicuramente difficile far passare certe manovre politiche o monetarie sgradevoli, senza addolcire in qualche modo la pillola per i cittadini vestendo per esempio le manovre con gli abiti di innovazione. Difatti solo leggendo e informandosi molto si costruisce una mente critica reazionaria. Il signor Géré cita un suo amico che lavora in radio, che gli confida di non fare più informazione, bensì comunicazione, perché non ha più la capacità di creare un’informazione vera, assicurandosi così che quello che presenta al pubblico sia una “vera realtà”. È stato uno dei pochi che ha proposto 3 possibili prospettive per fare controdisinformazione. La prima è ristabilire la verità, ma spesso è troppo tardi. La seconda riguarda il tentativo di fare la contro-disinformazione, ovvero una reazione simmetrica all’azione di manipolazione. Per farlo però bisogna accertarsi che la campagna di disinformazione sia stata effettivamente commessa. La terza prospettiva riguarda la creazione di deterrenza, che consiste nella previsione e prevenzione. Per mettere in pratica questa strategia bisognerebbe conoscere molto bene le capacità di disinformazione dell’avversario.
Probabilmente tutte e tre le prospettive sono indirizzate agli addetti ai lavori, ma da cittadina normale quale io sono, posso dire che essere informata, cercare le fonti di informazione attendibili e leggere, leggere e ancora leggere sia già un grandissimo passo. Incoraggiare gli altri a fare altrettanto è un passo enorme.
Nel proprio intervento Giovanni Brauzzi, rappresentante del Ministero degli affari Esteri, cita il libro di Moses Naim La fine del potere, che chiarisce molto bene il suo pensiero. Brauzzi focalizza il suo intervento sulla logica della disinformazione e sul fatto che quest’ultima è collegata all’uso e al mantenimento del potere. È lodevole che egli abbia specificato che i mezzi più avanzati di lotta contro la disinformazione siano un vantaggio solo apparente, giacché ci costringerebbero a rinunciare a qualcosa di molto più importante. Non dovremmo rinunciare allo stato di diritto per sentirci più protetti dalle misure di sicurezza più invasive. Inoltre è uno dei pochi partecipanti che cita della letteratura e alcuni film a sostegno della propria tesi.
L’intervento di Cristiano Turriziani, ricercatore in filosofia teoretica, è stato quel tassello fondamentale nella comprensione di come, dal punto di vista più pratico, le masse vengono persuase e manipolate. In parte ne è responsabile anche il nostro cervello e la sua attività elettrica. I ritmi dell’apprendimento e della formazione delle convinzioni sono sempre ritmi lenti. Un veloce esempio di condizionamento al quale potremmo in qualche
misura essere stati sottoposti, è quello di condurre una vita veloce all’insegna della produttività, proprio per non avere tempo per sublimare, approfondire e fissare le nostre idee e il nostro bene.
Il fatto che questo volume non sia un’opera distonica di qualche autore del novecento mi turba molto. È tutto vero, sta accadendo proprio adesso. A mio avviso la rivoluzione che cambierà le carte in tavola è quella individuale. È la rivoluzione del risveglio di ogni essere umano, lenta ma inesorabile. Si realizzerà come una catena, attraverso il dialogo e la lotta. Sarà una rivoluzione armata di libri e articoli, di arte e musica, al posto di pietre e bastoni, molotov e pistole.
Ho notato che tutti i relatori citati nel libro sono uomini. Confesso che questo fatto mi ha stupita molto. Sarebbe stato così avanguardistico inserire l’intervento di una professionista donna? Il mio grande desiderio è che nei prossimi convegni gli organizzatori siano più attenti a questo “dettaglio”, e spero che ci siano sempre più donne forti e risolute che lottano per la propria affermazione. Io vorrei considerarmi una di loro.
Vladyslava Balasyukova

Disinformazione e manipolazione delle percezioni
Una nuova minaccia al sistema-paese
a cura di Luigi Sergio Germani
Eurilink, Roma, 2017, pp.154.


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16 dicembre 2017

Il crepuscolo dei media


Il tramonto della carta stampata, il suo inevitabile declino e superamento in favore di nuovi media, questo l’argomento trattato dal saggio Il crepuscolo dei media di Vittorio Meloni, esperto di comunicazione. L’analisi effettuata risulta impietosa, il quarto potere, così lo definì il politico e scrittore inglese Edmund Burke, dopo una storia ultracentenaria dedicata all’orientamento del grande pubblico sui temi più disparati, sta affrontato un gravissimo periodo di crisi, non destinato ad arrestarsi. I dati del Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, mostrano come i lettori di quotidiani e periodici siano diminuiti del 26,5% nell’arco di tempo che va dal 2007 al 2016, nel medesimo intervallo un significativo declino è toccato anche alle vendite complessive, passate da 5,8 milioni di copie giornaliere a 3 milioni; questo crollo editoriale si è fatto maggiormente evidente in seguito alla grande crisi mondiale cominciata proprio nell’anno 2007, costringendo gli italiani a rinunciare all’acquisto di alcuni beni di consumo, ritenuti superflui, come i giornali.
La situazione editoriale italiana risulta nettamente peggiore rispetto a quella di altri grandi paesi europei, infatti, per via degli scarsi investimenti statali nel settore dell’istruzione, la penisola italiana risulta essere uno dei paesi meno colti, tanto che i cittadini, non possedendo gli strumenti minimi indispensabili per la comprensione degli articoli eccessivamente costellati di termini tecnici, tendono a prendere le distanze dai quotidiani. A causare un preliminare calo editoriale contribuirono la radio, potente mezzo di propaganda a partire dagli anni 20, seguito dalla televisione negli anni 50, dapprima con la Rai, emittente pubblica, e dalle reti private Mediaset dell’imprenditore Silvio Berlusconi successivamente, capaci di accalappiare un vasto pubblico palesemente meno elitario rispetto a quello della carta stampata.
Ai giorni nostri i media sopraccitati, denominati vecchi media, si trovano a dover costituire un fronte compatto nei confronti dei nuovi media, termine che sta ad indicare internet con social network e app, favoriti dai giovani per via dei contenuti maggiormente adatti alla loro cultura e ai loro gusti personali. Attraverso social come Facebook, il più popolare, ogni individuo può partecipare direttamente alla creazione di notizie e opinioni diventando uno scrittore per caso, nonostante nella maggior parte dei casi chi pubblica in rete lo fa con un’insufficiente padronanza della lingua italiana e, cosa ancor peggiore, rischia di alimentare le cosiddette fake-news, notizie inventate, create con il solo scopo di disinformare il lettore.
La pubblicità rappresenta da sempre il maggiore introito finanziario di quotidiani e periodici, fondamentale quindi per la loro sopravvivenza, tuttavia, proprio con l’arrivo di internet, numerosi investitori pubblicitari, attratti dall’immediatezza e dai costi inferiori del nuovo mezzo, hanno deciso di pubblicizzare i propri prodotti attraverso questa innovativa piattaforma, causando pertanto il crollo di numerosi giornali, costretti a chiudere avendo perso ben il 65% di fondi a disposizione.
L’ultimo grande periodo del quotidiano risale agli anni della rivolta studentesca avvenuta nel 1968, durante il quale i giovani nutrivano un grande interesse nei confronti della politica, per questa ragione si poté assistere alla fondazione di numerose testate; nell’epoca attuale questo interesse è quasi totalmente svanito, i ragazzi non consultano gli organi di stampa quanto facevano le generazioni precedenti e la fascia di età di lettori di periodici e quotidiani è quella degli over 65. Per contrastare il dominio del web, la carta stampata è corsa ai ripari dando vita ad una propria versione digitale, si tratta dei quotidiani online, consultabili tramite smartphone e tablet nella maggior parte dei casi gratuitamente, raramente a pagamento come nel caso de “ Il Sole 24 Ore”; quel che li diversifica rispetto alla versione cartacea è l’aggiornamento in tempo reale e l’utilizzo di nuove tecnologie come video e registrazioni, ma nonostante un gran numero di utenti ne venga attirato i ricavi rimangono ugualmente esigui per via di software AdBlock che impediscono all’utente di visionare i banner pubblicitari, non consentendo ai giornali di assicurarsi un guadagno. Anche la televisione ha tentato di arginare il web aumentando i propri incassi con la Pay tv, ma difficilmente si potrà reggere il passo con la televisione del futuro rappresenta da Netflix e Amazon, consultabile direttamente dal proprio computer.
Quel che appare certo è che nei prossimi anni l’informazione subirà una totale mutazione, gli investimenti pubblicitari destinati ai social network aumenteranno ulteriormente, rendendoli sempre più centrali nel loro ruolo informativo, dunque all’industria editoriale non rimane altro che rinnovarsi e sperimentare nuovi sistemi per coinvolgere il lettore.
Giulia Novello

Vittorio Meloni
Il crepuscolo dei media. Informazione, tecnologia e mercato
Laterza, Bari-Roma, 2017, pp. 133.



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15 dicembre 2017

La guerra di Francesca



La Guerra Dentro, non è un classico réportage; è un diario. Una narrazione. Una narrazione che non è lineare, non è fluida. È appositamente pensata e costruita da Francesca Borri, free lance classe 1980, che spezza il filo del suo scrivere insieme ai colpi dei mortai e ai proiettili di cecchini che le sfiorano la testa.
Ci porta con lei in Siria, nella sua Siria.
Quella Siria che viene presa in considerazione nell'agosto del 2013, quando viene sferrato un attacco chimico alla periferia di Damasco. Peccato, però, che la guerra civile siriana sia in corso già da due anni.
Quella Siria che riprende il suo posto nel dimenticatoio quando Obama decide, con grande delusione dei giornalisti, di non intervenire, evitando di bombardare le forze governative di Assad.
Quella Siria che viene confusa con la Libia, con l'Iraq, addirittura con l'Egitto.
 “Ma sai che lei sta ad Aleppo? Ad Aleppo?
Ma Gheddafi non era stato ucciso? Credevo la guerra fosse finita.
Ma no, quella è la Libia. Lei sta in Siria. Sta con i talebani.
Due anni. E nessuno sa niente.” (Borri, p. 226).
Quella Siria che è straziata due volte: dalle bombe prima e dall'ignoranza occidentale dopo. Da quei giornalisti che ricercano solo lo scoop, la storia-icona del bambino soldato che, sigaretta in bocca e kalashnikov in mano, vuole uccidere gli infedeli.
Possibilmente tagliando loro la gola.
Perchè al direttore di testata cosa importa della vita quotidiana del Signor X, civile siriano che, tra un cecchino e una mina, si preoccupa principalmente di arrivare, più che a fine mese, integro a fine giornata? Scrivere un pezzo su di lui non lo farà guadagnare.
È anche questa la guerra di Francesca.
Contro il cinismo delle redazioni giornalistiche, contro un'informazione che non scava in profondità, che non vuole le persone, ma lo scoop che faccia sensazione. Quello scoop che se non c'è viene creato ad hoc. Contro quei giornalisti che pretendono di scrivere di Siria dalla loro scrivania a Roma.
Crudele e lucida, ogni pagina è un grido di rabbia e di frustrazione, sapientemente strutturata per farci vivere tutto l'orrore, la devastazione e il senso di impotenza.
Per farci capire che la guerra la sta vivendo lei stessa dentro di sé. Non solo in Siria.
Adesso sono qui, che provo a scrivere, a raccontare, ma mi alzo nervosa ogni cinque minuti, leggo, telefono, mi distraggo, ogni volta cerco un pretesto per interrompere, per rinviare. Scappo dalla pagina perché quando hai scritto, poi non puoi più dimenticare, quando hai visto, non puoi più non vedere”(Borri, p. 228).
È anche questa la guerra di Francesca: il dover imparare a conviverci.
Perché una volta che la vivi, la guerra, diventa parte di te.
Anita Caprioli


Francesca Borri
La Guerra Dentro
Bompiani, Milano, 2014, pp. 236.
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14 dicembre 2017

Kapuscinski giornalista del mondo


Trenta fotografie metà delle quali a colori e l’altra in bianco e nero chiudono il libro di Ryszard Kapuscinski Nel turbine della storia (2015) . Questo testo non si limita a mostrarci l’autore in veste di reporter e di scrittore, corrispondente estero dell’Agenzia di stampa polacca (Pap), ma rivela una sua sorprendete preparazione professionale. Kapuscinski era uno storico di formazione, conosceva la storia e la cultura delle regioni nelle quali si recava.
Immagini significative che raccontano di guerre, di uomini e donne rassegnati, disperati, che pregano.. Immagini che rivelano come la civiltà dei media cerchi di imporre gli standard di massa (Jeans, Coca-Cola..) ai quali le culture, rimaste fedeli ai loro valori nazional-religiosi si oppongono.
D’altro canto, Ryszard Kapuscinski ha trascorso la sua vita professionale ad osservare il “divenire” della storia della seconda metà del XX secolo, chiedendosi fino a che punto i nostri strumenti siano in grado di rispecchiare questo “fluire”; fino a che punto si riesca a comprenderne l’intero corso e fino a che punto sia possibile farne poi una sintesi. 
Le foto fanno riflettere, così come colpisce la narrazione.   
L’autore parte da molto lontano, evoca Erodoto su una domanda fondamentale: vuole scoprire le cause della guerra. Si chiede come mai gli avversari si combattano tra loro.
Considera molto importante la memoria personale che differenzia ognuno di noi, sulla quale ha una sua tesi molto singolare: sostiene, infatti, che l’uomo cominci ad essere “uomo”, in quanto essere umano, partendo dal suo ricordo più remoto, definendolo una parte essenziale della coscienza umana.
Nel secondo capitolo del libro analizza il fenomeno della cosiddetta decolonizzazione. All’inizio del XX secolo il piccolo ma importante gruppo di Stati che governavano il pianeta erano i padroni delle colonie d’oltremare, territori a loro assoggettati e da loro dipendenti nel Sud del mondo, oggi, a distanza poco più di cento anni queste colonie sono comparse.
Circa 200 Stati profondamente diversi tra loro, formalmente indipendenti, sono nati attraverso il processo della cosiddetta decolonizzazione che si è svolta quasi ovunque secondo un medesimo schema, ossia: forze politiche che al termine della seconda guerra mondiale si sono raggruppate, quasi sempre attorno ad un fronte unitario composto in maggioranza da intellettuali.
La divisione dei “tre mondi” risale alla metà del secolo scorso e la denominazione “Terzo Mondo” proviene dal demografo francese Alfred Sauvy.
Nel capitolo l’autore si trova ad analizzare l’epoca coloniale, nello specifico valuta l’Africa occidentale ove la conquista si è compiuta sotto forma di graduale penetrazione economica.
L’autore descrive l’Africa come la più preziosa di tutte le sue esperienze. Sostiene che la parola “Africa” sia un modo molto riduttivo per definirne il continente, mentre, in realtà si tratterebbe di un mondo quanto mai variegato.
Negli anni della Guerra Fredda nel continente si intromisero subito le grandi potenze, che favorirono personaggi di infimo grado, magari non troppo perspicaci ma obbedienti: Mobuto, Bokassa, Idi Amin, Menghistu, Hailè Mariam solo cinici opportunisti, disposti a tutto e dotati di astuzia animalesca.
Gli anni 60 furono il decennio dei colpi di stato militari. Durante le guerre etniche gli intellettuali divennero “selvaggina cui dare la caccia”. Massacri sanguinosi e lontani dalla nostra “Europa” spesso dimenticati dal resto del Mondo.
È anche una denuncia ai paesi occidentali che quando non erano direttamente coinvolti in un conflitto, vi mantenevano comunque i loro interessi economici, e stavano ben attenti alla loro immagine “pulita” nei confronti dell’opinione pubblica.
Il comportamento delle nazioni si riflette in quello dell’informazione.
I corrispondenti spesso vengono inviati sul posto solo dopo lo scoppio dei conflitti e una volta sul posto fanno solo il conto dei morti e feriti per poi andarsene. Il giornalista è cosi sballottato da una zona di guerra all’altra, strumentalizzato dalle forze politiche. Kapuscinski cercava di scoprire e di andare oltre la facciata e le scarne informazioni che gli arrivavano dalle fonti istituzionalizzate.
Nel terzo capitolo Kapuscinski racconta di quando arrivò nel Congo (1960) con la stampa mondiale che traboccava di articoli sull’estrema pericolosità del conflitto in atto. Si temeva il peggio, l’Africa era sempre associata a qualcosa di molto pericoloso e di incerto.
Anche se le nazioni occidentali si facevano promotrici dei diritti umani e della tutela della libertà di ogni persona nel mondo, nei casi di genocidio e di conflitto nei paesi Africani e nel Medioriente, la popolazione civile era spesso dimenticata, riducendo il tutto a scontri tribali, brutali e privi di senso. Kapuscinski descrive le difficoltà che il corrispondente estero si trovava ad affrontare una volta arrivato sul posto.
I capi della Pap proposero a Kapuscinski di diventare il loro corrispondente fisso dall’America Latina. Partito nell’autunno del 1967 vi trascorse quattro anni fino al 1972. Vi giunse per la prima volta due mesi dopo la morte, a 39 anni, di Ernesto Che Guevara e la brutale liquidazione del suo reparto partigiano in Bolivia. Tuttavia la figura del Che continua a sopravvivere nelle memorie e nelle coscienze. La sua morte chiudeva la fase del cruento e violentissimo scontro impersonato dalla lotta armata e dai moti partigiani dei contadini contro le élite al governo quasi sempre dominate dai militari.
Per trovare informazioni e scoop bisognava sapersi destreggiare tra pratiche burocratiche molto severe e segreti militari che non ammettevano l’uscita di alcun tipo di notizia. Ci sono rigide regole a cui il giornalista deve attenersi se non vuole incorrere a gravi conseguenze o esporsi ai rischi che un’area di guerra può dare.
In America latina la scena politica era divisa in due partiti: quello dei militari e quello dei civili. La storia di questi paesi si riduceva alla continua lotta tra i due gruppi diventando una delle caratteristiche distintive dei regimi dell’America Latina: l’alternarsi di governi militari e civili.
Kapuscinski incontra l’islam nel 1956 durante il suo primo viaggio in India, Pakistan e Afghanistan. Nel capitolo quinto narra di questa sua nuova esperienza. Islam è una delle grandi religioni planetarie che penetra i continenti, culture e lingue quanto mai diversi tra loro. Rilevava il profondo senso religioso della vita dei mussulmani che conferisce loro un sentimento straordinariamente forte di identità, di comunione, di unità.
Intorno all’islam, oggi, vi è in corso un grande gioco politico, i media cercano di creare nell’inconscio dello spettatore di massa un associazione islam-terrorismo anche se in realtà i movimenti terroristici non costituiscono che una minima parte del mondo islamico.
Nel capitolo sesto Kapuscinski racconta di quando visita la Russia e ne analizza la storia. La descrive come un immenso paese situato in una posizione molto importante del nostro pianeta. La storia della Russi è stata per secoli la storia di un’incessante espansione, improntata per centinai di anni allo spirito di scoperta di nuove zone del mondo. Ma le sue dimensioni, all’inizio del XX secolo sono diventate una sorta di trappola. Nessuno è riuscito a prevedere il momento della caduta dell’impero sovietico, la caduta è da ricollegare a vari motivi, il principale, secondo Kapuscinski, era l’enorme dispendio di risorse per tenere testa alla corsa al potenziamento dell’arsenale nucleare messo in atto dall’amministrazione americana nell’era Regan. La peculiarità è che la Russia pur non essendo mai stata sconfitta sul campo, è crollata per la sua stessa incapacità di adeguarsi ai cambiamenti. Il crollo della struttura statale e di quella ideologica innescarono un inevitabilmente periodo di crisi profonda.
Oggi la Russia si trova ad un bivio ove si trovano a scontrarsi due forze: quella degli slavofili che vorrebbero mantenere la Russia come un mondo a parte e quella degli occidentalisti che vorrebbero annettere la Russia all’Occidente.
Nel settimo capitolo Kapuscinski afferma di essersi occupato per interi decenni del Terzo Mondo convinto che solo li si svolgesse la vera storia. Riportando però il suo interesse sull’Europa, si accorse la presenza di “due Europe”: quella occidentale “sviluppata” e quella orientale “sottosviluppata”. Sostiene inoltre, che in seguito ai suoi viaggi tra i Paesi dell’ex Unione Sovietica e in Russia la divisione in due Europe non solo permane ma si è addirittura approfondita. L’emigrato russo Heller sostiene che il comunismo è stato sconfitto su tutti i fronti tranne che su quello dell’educazione dell’uomo. Si tratta di un sistema che lascia tracce durature nella mentalità, nel modo di vedere il mondo, nella valutazione della realtà.
Nel 1989 subito dopo la caduta del muro ci fu un grande momento di euforia, presto seguito dalla delusione. Quello che ha colpito Kapuscinscki è stata la mancanza da entrambe le parti dell’Europa, di un tentativo di avvicinamento, del desiderio di conoscersi a vicenda e di cercare una piattaforma comune. In realtà, sostiene Kapuscinski l’Europa occidentale: “parla molto della creazione di un’unica Europa, ma in realtà non la vuole”. La nuova configurazione si traduce in sempre più società e sempre meno stato. Oggi che non esiste più il mondo bipolare le questioni sono diventate molto più complicate e complesse.
Negli ultimi 5 secoli, ossia dal tempo delle spedizioni di Colombo la cultura dominante del nostro pianeta era quella europea i cui modelli, i cui simboli hanno rappresentato un criterio universalmente accettato.
Visitare il mondo, oggi, riferisce l’autore, significa partire per zone contrassegnate da caratteristiche molto più specifiche di una volta. Un tempo la dominazione europea ci faceva sentire a casa nostra più o meno in tutto il mondo. Oggi la presenza europea si va sempre più restringendo. È iniziata la detronizzazione dell’Europa. Una volta erano solo gli europei a viaggiare per il mondo ora si assiste al processo inverso: gli europei si ritirano in Europa. 
L’esclusività dell’Europa occidentale è finita, la tanto sognata Europa non esiste più. Il processo di creazione di un’Europa multiculturale si svolgerà ad un ritmo sempre più veloce. Le trasformazioni demografiche in atto nel mondo assumono proporzioni delle quali nemmeno ci rendiamo conto.
L’Europa sta perdendo la sua identità tradizionale: è sempre meno un continente di cristiani bianchi e sempre più una zona multiculturale e multireligiosa. Il rapporto con l’islam sta diventando un problema interno del mondo europeo. Gli americani rimproverano gli europei occidentali di essersi chiusi in sé stessi, una chiusura che oggi è il punto più debole della cultura del Vecchio continente. L’Europa deve trovarsi un nuova collocazione sulla mappa del Mondo, l’autore è convinto che stiamo passando dall’ “Europa-Mondo” all’ “Europa nel Mondo”, questa, è la grande svolta davanti alla quale si trova il nostro continente.
Nell’ottavo capitolo Kapuscinski apre una profonda riflessione sul mondo attuale sopravvissuto a tutti gli sconvolgimenti del XX secolo: un mondo multiforme una sorte di variegato collage.
Kapuscinski non esista a ritornare su Erodoto: “ci si rende conto dell’impossibilità di conoscere la propria cultura senza conoscere quella degli altri”, si tratta della “teoria degli specchi”, secondo la quale la nostra cultura si specchia nelle altre, solo a quel punto inizia a diventare comprensibile. Le altre culture sono specchi nei quali ci riflettiamo e nei quali riusciamo realmente a vederci come siamo. Quello che dobbiamo chiederci è se, vivendo in culture, civiltà e religioni diverse, vogliamo cercarvi gli aspetti peggiori per rafforzare i nostri stereotipi, oppure sforzarci di scoprirvi dei punti di contatto.
Siamo 6 miliardi di individui che vivono in decine di culture, religioni e lingue diverse, con migliaia di interessi e bisogni diversi.
Diffondere oggi il conflitto di civiltà è pericoloso. Il problema sta nel vedere che cosa finirà per dominare il mondo.
L’autore pone il focus della questione sulla tragedia dell’11 settembre che in ultima analisi considera una conseguenza del prevalere dell’economia sulla politica.
In tutto il mondo si nota un progressivo indebolimento dello Stato, in effetti lo Stato ha perso i suoi principali attributi di governo e di controllo, a causa dell’odierno stratosferico sviluppo dei mezzi di comunicazione e di collegamento globale. L’economia del mondo sfugge al controllo statale, essendo la Stato una forza di tipo prettamente territoriale. Tutto ciò accade perché dalla fine del XX secolo è avvenuto un forte processo di eliminazione del controllo sociale sul potere. Conseguentemente tutti i meccanismi di controllo, di pressione e di correzione, una volta potenti, sono stati completamente esautorati, le sedi in cui vengono prese le decisioni si sono liberate da ogni controllo sociale. In base a questa consapevolezza molte persone non va più nemmeno a votare. Il voto è considerato un gesto puramente formale, tale atteggiamento esprime la totale indifferenza della società verso il potere, dovuta ad un senso di impotenza.
Affrontando il contemporaneo problema del terrorismo Kapuscinski rileva come i grandi Stati tentino di reagire al fenomeno con metodi puramente militari, dimenticando in tal modo che lo si può limitare, spiare, indebolire.. ma non liquidare. Qui l’autore giunge al nucleo centrale della riflessione: il terrorismo in prospettiva richiederà una guerra lunga di fronte alla quale non ci saranno né effetti immediati, né soluzioni spettacolari.
Ritornando sulla questione della globalizzazione Kapuscinski ci avvisa di tutta una serie di minacce incombenti sul mondo: il modo ricco non riuscirà più a isolarsi e a starsene per proprio conto, le riserve mondiali sono troppo esigue e i meccanismi della loro distribuzione o redistribuzione troppo imperfetti.
Secondo la propaganda semplificante dei grandi media la globalizzazione rappresenterebbe la via del benessere per tutti, ma non è proprio così, a guadagnarci, di fatto, sono solo i più potenti: banche, corporazioni che tengono al libero mercato. Esiste una teoria secondo la quale la globalizzazione sarebbe una diversa forma di colonizzazione.
Queste riflessioni ci consentono d’interpretare in maniera diversa gli avvenimenti dell’11 settembre, in quanto ci dimostrano che abbiamo a che fare con forze che nessuno realmente controlla e che in futuro saranno ancora più difficili da dominare. Kapuscinski afferma che si potrebbe identificare l’11 settembre come un sintomo delle malattie che pesano sul Mondo e, di conseguenza, si dovrebbe aprire un dibattito su quelle forze che, accumulatesi per anni, hanno finito poi per manifestarsi in modo così atroce.
Il libro non finisce senza una nota di speranza. Nel nono capitolo Kapuscinski individua nell’Asia centro-orientale, definita “la civiltà del Pacifico” la nuova nascente civiltà del XXI secolo, ove attualmente si concentra la maggior parte del capitale. È lì che si sposta il cuore pulsante dell’economia mondiale, il capitale vi affluisce non solo per motivi economici, ma anche culturali. Esiste una condizione particolarmente favorevole proprio nell’ambito delle culture asiatiche, che offrono la possibilità di coniugare tre importanti elementi della cultura asiatica tradizionale: il lavoro, il risparmio e la disciplina.
Nella storia dell’umanità esistono dei momenti in cui il mondo sboccia producendo una meravigliosa esplosione del pensiero umano. Purtroppo finora nessuno ha mai pensato di accomunare, in modo concreto, le culture gravitanti sulle diverse sponde del Pacifico. Oggi, grazie alla rivoluzione elettronica e tecnologica questa civiltà, si auspica, potrà finalmente organizzarsi.
La Cina è lo Stato demograficamente più vasto del mondo e in continua crescita. Come l’islam, la civiltà cinese si dimostra refrattaria agli influssi della civiltà americana. La Cina, molto ambiziosa, aspira a svolgere un ruolo egemone nella cosiddetta “Civiltà del Pacifico”.
Su questa riflessione Kapuscinski innesta il fenomeno delle migrazioni. Oggi gli immigrati stanno fisicamente in un luogo, ma attingono altrove la loro aspirazione culturale. L’emigrazione è un’unione tra la speranza ed il movimento. La speranza si avvera grazie al movimento. La gente cerca di migliorare le proprie condizioni di vita attraverso il movimento spostandosi da un luogo che considera “cattivo” ad un luogo che considera “buono”. Kapuscinski afferma che si tratta di un processo irreversibile, profondamente connaturato al pensiero dell’uomo. L’emigrazione è un processo che esiste da sempre, ma la scala su cui attualmente si svolge è immensa e finora mai riscontrata nella storia.
La storia tradizionale è stata una “storia di popoli”. Oggi per la prima volta dai tempi dell’Impero romano esiste la possibilità di creare una “storia delle civiltà”.
Questa nascente civiltà del Pacifico, rivela Kapuscinski con grande suggestione, rappresenterà un nuovo tipo di rapporto tra il mondo sviluppato e quello sottosviluppato, un rapporto basato sull’apertura, sulla speranza, sulla pluri-nazionalità.
Kapuscinski ci lascia con l’auspicio di un mondo trasformato dove i rapporti saranno improntati più alla collaborazione e costruttività, che allo sfruttamento e alla distruzione.
Giuseppe Angelini


Kyszard Kapuscinski 
Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo
Feltrinelli, Milano 2015, pp. 191 (Prima edizione 2009)
 

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