Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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06 ottobre 2017

In libreria

Mauro Pecchenino  -  Eleonora Dafne Arnese 
Digital corporate communication.
Le cinque leve della comunicazione d'impresa nell'era del web
FrancoAngeli, Milano, 2016, pp. 160.

Descrizione
Il volume presenta per la prima volta in Italia un excursus dettagliato sul significato e l'utilizzo delle 5 Leve della Comunicazione d'impresa (Relazioni Pubbliche, Marketing Diretto, Pubblicità, Promozioni e Sponsorizzazioni), tradizionali e digitali. Il lavoro tiene conto sia della realtà ed esperienza italiana, sia di quella internazionale, con una comparazione continua di teoria e pratica. Il libro ha un occhio di riguardo per l'importanza della Comunicazione Integrata e del ruolo chiave della figura professionale dell'Integratore della Comunicazione e delle nuove professioni 2.0. Ciascun capitolo conduce il lettore ad una riflessione sull'attualità della comunicazione ai nostri giorni, per svilupparsi in un'analisi che parte da un caso aziendale nato nella Rete, per passare poi all'approfondimento dell'evoluzione delle 5 Leve della Comunicazione aziendale nell'era del Web, per arrivare infine ad un'analisi degli adattamenti della comunicazione tradizionale nello spazio digitale.
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30 settembre 2017

In libreria

Samar Yazbek
Passaggi in Siria
Sellerio, Palermo, 2017, pp.  348.

Descrizione
«Dall’istante in cui inizierete a leggere questo libro, la scrittura di Samar Yazbek vi colpirà come un pugno nello stomaco. La sua prosa è talmente raffinata che riuscirete a udire perfino gli uccellini in gabbia e a sentire il profumo di donne truccate alla perfezione. Dopodiché, da qualche parte nelle vicinanze cadrà una bomba e dal soffitto si staccherà una scheggia di intonaco, perché la storia raccontata in queste pagine è una condanna senza appello». Sono le parole di Christina Lamb, autrice di Io sono Malala, dall’introduzione all’edizione inglese di questo Passaggi in Siria, straordinaria testimonianza del conflitto siriano. All’inizio delle rivolte, nel marzo 2011, Yazbek, giornalista e scrittrice affermata, regista e sceneggiatrice per il cinema e la tv, sceglie di scendere in piazza per difendere la libertà di espressione, regolarmente negata dai regimi autoritari che si sono succeduti nel suo paese. Denuncia i crimini perpetrati da Bashar
al-Assad, rivendica maggiori diritti per le donne e l’abolizione della censura. Viene prima trattenuta dalle forze dell’ordine, poi, quando la sua voce diventa troppo invisa al governo e la sua presenza in Siria un rischio, si trasferisce a Parigi, dove persevera nel suo attivismo politico.. In esilio continua a battersi denunciando le atrocità, urlando all’Occidente il bisogno disperato di aiuti umanitari e la necessità di intervenire per fermare ulteriori spargimenti di sangue. Ma il richiamo delle radici e il senso di responsabilità si rivelano troppo forti e Samar Yazbek inizia così a migra; a ritornare in Siria illegalmente, attraversando a piedi il confine turco. Una volta dentro la scrittrice visita le zone «liberate» dal controllo del regime di Assad e occupate dal Free Army dei ribelli o dagli estremisti islamici. Si impegna per offrire sostegno alle persone bisognose. Ascolta testimonianze, storie di singoli individui e di intere famiglie, molte donne, ragazze e bambine che mutano l’orrore in parole da consegnare al mondo. Raccoglie immagini ed emozioni, assiste a scontri armati, alla crudeltà dei cecchini, ai bombardamenti. Vive lutti e speranze, e con questa materia incandescente plasma un racconto che non è un romanzo né un saggio ma li contiene entrambi, senza mai tradire la realtà. Secondo The Observer è un libro essenziale, «uno dei primi classici politici del XXI secolo».
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25 settembre 2017

In libreria

Alessandro Dal Lago
Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra
Raffaello Cortina editore, Roma, 2017, pp. 170.

Descrizione
L’ascesa della rete come ambiente globale ha cambiato le prospettive politiche. Da una parte, crea l’illusione di una sfera comunicativa senza controlli, in cui si realizzerebbe pienamente la libertà dei cittadini. Dall’altra, consente a leader spregiudicati di contattare senza mediazioni i cittadini stessi, attraverso i social oppure organizzando consultazioni politiche online. La tesi del libro è che a trarne vantaggio siano solo i nuovi leader autoritari – Trump, Erdogan, Putin – o gli aspiranti tali – Le Pen, Grillo, Salvini, Farage. Tutta gente che si vuole disfare dei partiti e persegue una relazione diretta con i cittadini, soddisfacendo le loro paranoie in tema di sicurezza, immigrazione, protezionismo economico. Ecco perché l’ascesa della nuova destra può essere definita populismo digitale. Populismo, perché il popolo non è concepito che come un gregge da vezzeggiare. E digitale, perché senza il trionfo del Web tutto ciò non sarebbe pensabile.
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23 settembre 2017

In libreria

Anthony O. Scott
Elogio della critica
Il Saggiatore, Milano 2017, pp. 255.
Descrizione
Il mondo è il labirinto degli specchi di un enorme luna park, uno spazio abbagliante e policromo in cui è quasi impossibile orientarsi. Siamo accecati dagli schermi degli smartphone, impigliati nella rete, schiavi dei social network, bombardati di luci e parole, colori e suoni dalle fonti più disparate: cinema e pubblicità, serie televisive e videogiochi, e ancora moda, informazione, musica e romanzi. In quest’epoca di perenne sollecitazione, viviamo circondati da una sovrabbondante offerta di esperienze che è insieme eccitante e spaventosa: che cosa dovremmo leggere, guardare, ascoltare, idolatrare e infine acquistare? Che cos’è il bello? Cosa vogliamo davvero? Cosa desideriamo? La sola risposta a questa paralisi per eccesso di stimoli è la critica: non solo come specialità giornalistica o accademica, ma anche come attitudine che ognuno dovrebbe coltivare. Esercitare la critica ha la stessa importanza di ridere, piangere o sognare. A.O. Scott – forte dalla sua esperienza di critico cinematografico per il New York Times – mostra come il pensiero critico dia forma tanto alla creazione artistica quanto all’azione civile o ai rapporti interpersonali. Con humour tagliente, propone esempi eruditi e vivaci aneddoti: riafferma l’imperativo poetico di Rainer Maria Rilke «Devi cambiare la tua vita»; osserva pensoso le code per assistere alle performance di Marina Abramovich; ricorda il tragico destino critico di Keats e Melville; affronta le furibonde reazioni di chi, come Samuel L. Jackson, si ribella alle sue recensioni. Elogio della critica, sfiorando il memoir e il trattatello filosofico, ci regala una piccola guida per sopravvivere al nostro tempo: una celebrazione dell’arte e dell’immaginazione che riflette sul nostro istinto a coltivare il piacere, un manifesto contro la pigrizia e la stupidità e una cartografia per farsi largo tra i dubbi che riguardano la nostra esperienza. Perché criticare significa ascoltare il messaggio di bellezza e libertà che giunge dall’arte, e tentare di farlo proprio nella vita di tutti i giorni.


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21 settembre 2017

In libreria

Italo Zannier
La lanterna della fotografia. Dall’invisibile all’ignoto
La Nave di Teseo, Milano, 2017, pp. 98.
Descrizione 
 La fotografia, fin dalla sua nascita e dai primi esperimenti col dagherrotipo nell’Ottocento, è stata circondata da un alone magico, unico mezzo capace di riprodurre la realtà e fermare il movimento. Dalla pratica alchemica degli esordi, quando i fotografi erano piccoli chimici alle prese con sali d’argento e fosforo, l’immagine fotografica ha conquistato l’attenzione di artisti e filosofi, via via accusata di rubare l’anima ai soggetti ritratti o di sostituire l’esperienza della realtà con un duplicato posticcio. Si è arrivati così fino agli eccessi della società tecnologica di oggi, che ha visto il moltiplicarsi delle fotocamere, ormai incluse nei cellulari che abbiamo sempre con noi, e il proliferare compulsivo della fotografia di massa, che apparentemente nega il valore stesso dell’immagine, quello di essere un mezzo per scoprire l’invisibile. Da uno dei più grandi critici e divulgatori della fotografia, un percorso accessibile, vivace e completo all’evoluzione di una delle arti più influenti e discusse dell’ultimo secolo.


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13 settembre 2017

In libreria



Giulia Alonso - Oliviero Ponte di Pino
Dioniso e la nuvola. L'informazione e la critica teatrale in rete: nuovi sguardi, nuove forme, nuovi pubblici
Franco Angeli, Milano, 2017, pp. 192.
Descrizione
Ha ancora senso parlare di teatro nell'era della rete? Quale può essere il rapporto tra Dioniso, il dio di quest'arte antica, e le nuove forme della comunicazione diffusa, multimediale e partecipata? Da qui una riflessione sul ruolo della critica nell'epoca del web. In rete tutti possono comunicare con tutti su qualunque argomento, compresi libri, spettacoli, musica, film e video. In apparenza una grande conquista democratica, che rischia però di annullare il pensiero critico, rendendo impossibile la definizione di qualunque scala di valore. In questo scenario è indispensabile ripensare il ruolo del mediatore culturale, che ha il compito di mettere ordine in un'offerta di prodotti culturali gigantesca, caotica e spesso di bassissimo livello. Partendo da una riflessione sulla natura e sulla storia della critica nel teatro e in altre discipline artistiche, il testo affronta la rivoluzione della comunicazione nell'era della rete e della partecipazione, confermando la necessità di un approccio critico: un contro- manuale di critica ai tempi del web. Una panoramica aggiornata, ricca di dati ed esempi, con spunti di riflessione utili a chi si avvicina all'ambito culturale e a chi già vi opera.
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04 settembre 2017

Se una donna racconta la guerra in Siria

«Il solo modo per non avere paura, qui, è non pensare. Che è però anche il modo migliore perché questa guerra non finisca più. E quindi il vero coraggio, ad Aleppo, è non abituarsi: avere paura, pensare ». Bahia, ventiquattro anni, ha le idee chiare e la giornalista se ne è accorta.
È decisamente un ambiente allucinato e allucinante quello che circonda i giornalisti che osservano e vivono e scrivono le guerre. Francesca Borri propone un resoconto senza compromessi di una terra dilaniata dalla guerra dal 2011, la Siria. Registra e racconta, in qualità di giornalista freelance, cinque stagioni (Autunno, Inverno, Primavera, Estate e di nuovo Autunno) tra il 2012 e il 2013, ad Aleppo. Vive da vicino questo conflitto, e rimane anche ferita durante uno scontro tra cecchini che
segue in diretta e che riporta, con grande lucidità, nel suo resoconto.
Una guerra “per procura”, come la definisce l’autrice, in cui sono in gioco gli interessi di un intero popolo contro gli interessi di pochi, di una Coalizione Nazionale che vuole tenere le fila dell’opposizione non in Siria bensì dalla Turchia, e con un Esercito Libero nato da formazioni di ribelli anti-Assad, verso cui la stessa popolazione civile nutre diffidenza. I ribelli, racconta la giornalista, sono spesso ventenni in t-shirt e ciabatte che imbracciano un Kalashnikov, e che si aggirano per Aleppo sulle loro jeep per torturare e a volte giustiziare chiunque sia sospettato di collusione con il regime. Soprattutto, sono accusati da una parte della popolazione di aver consegnato il regime agli uomini di Al-Qaeda. Quello che descrive è quindi un paese diviso: una metà, quella sotto il controllo del regime, dalla apparente superficie liscia; l’altra metà, ruvida e opaca, dominata dai ribelli. E i confini tra queste due metà sono terribilmente sfumati.
Francesca Borri tenta di far emergere i vari strati della complessa situazione non solo siriana, ma Mediorientale: una terra, si sa, dove sembra praticamente impossibile sbrogliare la matassa di culture, religioni e correnti religiose, mani occidentali che agiscono da lontano e interessi particolari.
È davvero una «guerra dentro»: non solo quella che penetra l’animo, che fa sgranare gli occhi e mozza il fiato davanti ai morti, alle atrocità di ospedali bombardati e ai civili inermi che aspirano alla sopravvivenza, ma anche quella di chi, decidendo di raccontare un conflitto complesso e polveroso, di difficile interpretazione, si scontra con le vite di persone comuni coinvolte in una guerra che sembra non avere un inizio e nemmeno una fine. L’autrice si confronta con due realtà: quella dei civili, dei militari più o meno improvvisati, e quella di altri giornalisti, stranieri anche loro, che arrivano talvolta impreparati a raccontare ai loro lettori un conflitto dai confini incerti, che qualche volta stentano a capire gli stessi siriani. Reporter che preferiscono i morti alle analisi, per darli in pasto a telespettatori impressionati, scorci di “vita vera”, insomma, “un po’ di colore”.
Nel libro viene messa in risalto la deleteria tendenza dei media alla semplificazione, la mancanza di approfondimenti che permettano ai lettori di farsi un’idea di cosa stia succedendo in questa parte di
mondo, la nettezza dei giudizi sulla guerra che scaturiscono durante i talk-show e altre “arene” mediatiche.
La seconda parte del libro è caratterizzata da toni più appassionati, quasi intimistici, frutto della riflessione seguita alle terribili vicende vissute durante i mesi ad Aleppo. L’autrice lamenta, soprattutto, una scarsa collaborazione con gli altri colleghi, il cinismo che come un veleno inodore penetra nei comportamenti dei giornalisti, e anche lei sente di esserne coinvolta, suo malgrado.
Ma ci sono anche fotogiornalisti che svelano con coraggio l’orrore, come il fotoreporter Alessio Romenzi, il cui reportage dalla Siria pubblicato su Time, racconta l’autrice, è stato determinante nella sua scelta di conoscere più a fondo cosa stesse accadendo in questa zona del Vicino Oriente. L’autrice si trova quindi spalla a spalla con bambini costretti a diventare adulti troppo presto, studenti che tra un turno al Kalashnikov e l’altro leggono Habermas, con famiglie che trovano rifugio tra le tombe e insegnanti di inglese che diventano cecchini per vendicare la propria famiglia. Ognuno di loro ha la propria storia da raccontare, ma nonostante le condizioni in cui vivono, i siriani non cedono all’indifferenza nei confronti della realtà politica, si costruiscono una propria opinione.
E dal racconto, un po’ si ha l’impressione di sentire i proiettili che si conficcano sui muri, gli spari, i colpi di mortai, i raid degli aerei che sfiorano i tetti delle case e liberano il loro terribile ventre... Per viaggiare fino alla frontiera con la Turchia, che dista meno di cento chilometri da Aleppo, ci vogliono circa 300 dollari. Eppure, anche solo attraversare una strada, ad Aleppo, può rivelarsi fatale.
Ci si può domandare se il fatto che l’autrice sia donna possa averle fatto scrivere in modo diverso, in modo forse troppo appassionato, coinvolto. Se anche fosse così, va bene lo stesso. La sua è una voce, un punto di vista che permette di costruirsi un mosaico della situazione, di quella guerra vicina e lontana al tempo stesso, una guerra che quasi ci ha stancato, tanto ne sentiamo parlare. Infatti se ne parla sempre meno, i nuovi protagonisti sono ragazzi che uccidono innocenti in nome di Allah nelle pulite città europee.
La voce delle donne gioca un ruolo non marginale, anche se non vengono prese sempre sul serio, nemmeno quando condividono le trincee con gli uomini. Però le donne ci sono eccome nel reportage: Mona e Ghofran, che si avventurano fuori dalla loro casa in cerca di cibo; Zara, infermiera; Bahia, che, come abbiamo detto all’inizio, ha le idee chiare; il cecchino “Guevara”, professoressa di inglese entrata nell’Esercito Libero per vendicare i figlioletti morti in un bombardamento aereo; o, ancora, Loubna Mrie, attivista alawita (come la famiglia Assad) ma schieratasi contro il governo.
Il libro riesce a coniugare bene il racconto dei primi mesi della lunga battaglia di Aleppo, terminata solo nel dicembre del 2016 con la riconquista della città da parte delle forze governative, con le riflessioni maturate dall’autrice sul mestiere del giornalista, un mestiere che per molti è diventato quasi “da mercenari dello scoop”, l’importante diventa tagliare per primi il traguardo per avere un posto in prima pagina. Il libro nasce dalle domande che si pone l’autrice, come cittadina e come giornalista, e che essa pone a chi le sta davanti, anche ai suoi lettori: «Perché è questa l’unica cosa da raccontare, di una guerra, il solo pezzo che davvero avrei voluto scrivere (...): voi che potete, voi
che domani siete vivi, ma che aspettate? Perché non amate abbastanza?»
Arianna Barone

Francesca Borri 
La guerra dentro
Bompiani, Milano, 2014, pp. 238.
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03 settembre 2017

La stampa è morta?

"La stampa è morta"Negli anni '80 questa era una battuta del film fantascientifico Ghostbusters, oggi basta passeggiare per le città, tra le serrande delle edicole chiuse, per dare a quelle parole un significato molto più concreto. Julia Cagè, economista e autrice del saggio in esame, parte dal funerale del supporto cartaceo per dare nuova vita ai media. Media visti in senso lato, come un complesso gioco di specchi che può assumere forme diverse pur mantenendo lo stesso contenuto: le notizie. Radio, televisione, periodici, giornali, non sono più veicoli di sole parole, ma anche di suoni, immagini e video che portano le informazioni nella nuova veste di approfondimenti, Verso un modo di comunicare in continuo mutamento e lontano dall'immobilismo.
Fatta una premessa sulla situazione dei media, e della stampa quotidiana, dall'Europa agli Stati Uniti, ci si sofferma sulla situazione francese per vedere come i finanziamenti ai media siano stati ridotti, anche se la domanda di informazione è aumentata esponenzialmente.
Jeff Bezos, fondatore di Amazon, si è detto stupito che una tecnologia come la carta sia potuta sopravvivere più di mezzo millennio e come lui molti lettori che non si sentono vincolati al supporto; legati allo stampato − almeno tra queste pagine − rimangono i giornalisti che vedono, nella crisi del cartaceo, un drastico cambiamento della professione.
L'autrice si dice sicura che per mantenere la libertà di stampa, a tutti i professionisti debba essere data la possibilità di guadagnare, dalla propria professione, senza dover dipendere dalle scelte di uno o più soggetti finanziatori. La soluzione proposta è la riorganizzazione delle redazioni in organi direttivi democratici dotati di reale potere decisionale, per poter mantenere alta la qualità degli articoli e la fiducia dei lettori.
Come finanziare in maniera efficace i giornali e i media online? Come continuare a parlare di professione giornalistica quando chiunque è in grado di fare informazione in tempo reale grazie ai social network?
Queste domande compaiono con frequenza all'interno di questo saggio che analizza e tenta di dare soluzioni alle crisi dei media sin dal secondo dopoguerra.
Dalle società per azioni alle onlus sparse per tutto il mondo, l'autrice seziona alcuni degli esperimenti più infelici della storia editoriale, per arrivare ad un'esperienza associativa che, attraverso il crowdfounding− o finanziamento partecipativo − potrebbe portare i quotidiani verso un futuro fatto di profitti e inchieste libere dalle imposizioni degli editori. La brevità dell'opera rende impossibile uno studio capillare del fenomeno, ma offre una visione d'insieme e spunti di riflessione sull'intero fenomeno della crisi dei media. Al lettore più attento rimarrà il compito di cogliere riferimenti e indizi utili a individuare possibilità di successo in un mondo in cui i click sono la nuova moneta.
La prosa, pur essendo puntuale, non risulta pesante anche per chi si avvicini al mondo dell'informazione senza grandi conoscenze in ambito economico. Interessante il fatto che la prospettiva centrale sia quella francese che, a partire dalla Rivoluzione, è un'icona della libertà di espressione e di stampa che sopravvive oltre gli eventi del 1789.
Lara Marziale


Julia Cagé, 
Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia 
Bompiani, Milano, 2016, pp. 128.
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02 settembre 2017

“Non era vero, ma la gente ci credeva”



“Ora, appena finito di leggere questo libro, che voi presumibilmente avete appena aperto, sono tentato di chiudere tutti gli account sui social network e, possibilmente, di frequentare il meno possibile l’informazione on line.”
(Marco Cattaneo – Prefazione)

Il 18 dicembre 2015 il Washington Post chiudeva la rubrica What was fake in the Internet this week, creata in risposta al dilagare di bufale sul web. Sembrava infatti necessario ripensare in maniera radicale le modalità con cui affrontare la sfida contro la disinformazione che viaggia in rete, alla luce di una serie di riflessioni proposte da Walter Quattrociocchi e dal suo gruppo del Laboratorio di Computational Social Science dell’IMT di Lucca in una serie di studi poi confluiti in questo libro, scritto a quattro mani con la giornalista Antonella Vicini.
In questo volumetto è racchiusa una straordinaria collezione di bufale, figuracce 2.0, meme, tweet, immagini troll, titoli di articoli online e post dei quali non è possibile non avere avuto esperienza negli ultimi due anni. Esempi ancora piuttosto freschi nella memoria, a corredo di un’analisi seria e puntuale delle principali dinamiche che regolano la diffusione dell’informazione (e della disinformazione) online, analisi che ruota intorno ad alcuni punti cardine:

1. la tendenza degli utenti sul web e sui social network ad acquisire solo le informazioni che aderiscono al loro sistema di credenze (confirmation bias o pregiudizi di conferma);
2. la tendenza a circondarsi di contatti affini per attitudini, mentalità e convinzioni (politiche, religiose, ideologiche e via dicendo), risultando inevitabilmente esposti selettivamente ai loro contenuti, e quindi confinati in una bolla in cui non penetra alcuna informazione incongrua o di segno opposto;
3. il conseguente rinforzo vicendevole delle proprie posizioni, che conduce verso una progressiva radicalizzazione tanto del singolo individuo quanto del gruppo nel suo complesso.

Quello che emerge è un quadro piuttosto desolante della realtà informativa della rete, nel quale le strategie adottate finora, tra cui l’intensa attività di debunking e smascheramento della disinformazione che si è andata sviluppando negli ultimi anni, parrebbero non solo inefficaci, ma addirittura dannose e controproducenti, perché finirebbero per rafforzare le posizioni di chi a bufale, leggende metropolitane e complottismi ci crede. Anche i debunker italiani, pur non concordando appieno con la radicalità dell’analisi di Quattrociocchi e Vicini, si trovano costretti ad ammettere “quanto sia inutile il muro contro muro negli ambienti online citati dalla ricerca”, come afferma il debunker Paolo Attivissimo in un’intervista a Chiara Severgnini del marzo 2016, sottolineando poi come questa ricerca sia soprattutto “un buon campanello d’allarme per i debunker aggressivi, perché dimostra, dati alla mano, che il loro metodo non funziona”.
Rimane però aperto l’interrogativo: c’è una soluzione, un metodo che possa arginare la diffusione virale di bufale, disinformazione e misinformazione sul web? Sarà sufficiente affidarsi a un debunking fatto in maniera moderata e meno aggressiva? La situazione migliorerà man mano che gli utenti della rete prenderanno consapevolezza delle dinamiche invisibili che muovono l’informazione online?
In queste pagine non si trovano miracolosamente tutte le risposte, no, ma questo non le rende meno preziose, perché riescono nel non semplice compito di aprire gli occhi al lettore, in un primo e fondamentale passo verso la guarigione, ovvero la presa di coscienza di essere malati: siamo tutti vittime dei pregiudizi di conferma, rinchiusi nelle nostre eco chamber, sempre più polarizzati nelle opinioni sui temi che più ci stanno a cuore, e non ce ne rendiamo conto.

“Se leggendo, quindi, siamo stati mossi dalla tentazione di porci al di sopra di tutto e bearci delle ‘disgrazie’ dell’altra umanità, quella più credulona e incline alle trappole di Internet, ricordiamo sempre che la hybris veniva punita dagli dei o che, molto più semplicemente, siamo tutti figli dello stesso cielo.. e dello stesso web.”
(Quattrociocchi, Vicini – p. 140).
 Anna Rocca


W. Quattrociocchi, A. Vicini
Misinformation – Guida alla società dell’informazione e della credulità
FrancoAngeli, Milano, 2016, pp. 145.
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01 settembre 2017

In libreria

Francesco Nicodemo
Disinformazia. La comunicazione al tempo dei social
Marsilio, Venezia, 2017, pp. 240
Descrizione
Undici anni fa «Time» incoronò persona dell’anno «You»: «You control the Information Age. Welcome to your world» si leggeva in copertina. Ma è davvero così? Siamo noi a controllare l’informazione grazie alla rete? A ben vedere, il «rumore di fondo» ha preso il sopravvento, disorienta i cittadini e ne influenza le decisioni. Vaccinare i propri figli, iniziare una terapia medica, fidarsi della scienza o lasciare che si insinui il dubbio, mettendo in discussione certezze ormai acquisite? E come agire da elettori consapevoli? È possibile operare una scelta ponderata sottoposti come siamo al fuoco di fila di notizie inesatte, falsi allarmismi, parole di odio? Francesco Nicodemo prova a smascherare in questo libro le distorsioni che agiscono sulla nostra percezione della realtà. In ballo vi è la vittoria tra due visioni contrapposte: un mondo ripiegato su se stesso e sulle sue paure, che propone ricette anacronistiche a problemi sempre nuovi, e uno aperto, ottimista, orientato al progresso. Sullo sfondo, una profonda convinzione: la risposta più decisa deve arrivare dalla politica. In che modo? «Coinvolgendo, dialogando, usando in maniera costruttiva le potenzialità offerte dal digitale, facendo sentire ciascuno protagonista di un progetto comune».
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31 agosto 2017

La scomparsa del corrispondente di guerra

Corrispondente di guerra per La Stampa, Mimmo Càndito pubblica presso la Baldini & Castoldi (2016) il testo critico sulla storia dell’informazione giornalistica in territorio di conflitto. Il reporter italiano segue nel volume la nascita e l’evoluzione dei colleghi dalla guerra di Crimea ai giorni nostri, dominati dall’informazione informatica universale. L’autore stila una didascalia della comparsa e cambiamento degli inviati dei giornali per seguire i conflitti bellici e redigere le cronache. Del primo esempio di reporter, William H. Russell, durante la guerra in Crimea, Càndito descrive l’invio e correzione degli articoli redatti prima della pubblicazione molto più lenta e sobria rispetto a oggi. In particolare Russell mantiene nelle sue stesure una forma di presentazione quanto più oggettiva possibile, e, nonostante le fotografie montate di Roger Fenton, le ripercussioni sull’opinione dei lettori portò alla caduta del primo ministro inglese. L’informazione è oggigiorno l’arma più importante di un esercito, perché il consenso di un’opinione pubblica è essenziale per qualsiasi strategia bellica: «Nel nostro tempo iperconnesso e perduto in una rete dove la potenzialità della costruzione della conoscenza è senza limiti, l’uso dell’informazione è centrale». L’autore tratta del ruolo del reporter come ricettore di informazioni sul campo di battaglia. Questo rapporto è però soggetto alle modifiche dei sistemi di pubblica informazione. Come riporta lo stesso Candito nel sottotitolo del suo volume, il reporter più conosciuto è Ernest Hemingway. Inviato in Spagna durante la guerra civile, lo scrittore documentò le battaglie e i bombardamenti nelle varie città iberiche. Hemingway, in quanto cittadino di una nazione non coinvolta nel conflitto, si dimostrò alla pari di Orwell una penna dalla prospettiva super partes. Ma già da anni precedenti, l’informazione era sotto sorveglianza e correzione da parte del sistema statale con lo scopo di controllare e modificare l’opinione pubblica. Candito non tralascia di applicare gli insegnamenti di McLuhan imponendo una riflessione su una comunicazione: è sempre più veloce, ma meno corretta nel dettaglio. Se un tempo l’inviato straniero era più libero di documentare la realtà bellica secondo come si mostrava, successivamente la verità in tempo di guerra è compromessa per mezzo di condizionamenti. Questo processo è dovuto ad accordi internazionali tra i vari stati: quando un inviato scrive riguardo un paese straniero, l’articolo deve mantenere un clima di benevolenza che condizioni il lettore. A modificare gli articoli redatti dagli inviati sono i titolari delle testate giornalistiche, soggetti al volere degli organi di Stato. Come scrivono Chomsky e Foucault, lo stesso fine del condizionamento umano vige in tempo di guerra così come in tempo di pace: per conseguire i propri fini, le autorità statali impongono alla Stampa di diffondere l’informazione secondo le loro volontà. Da molti anni l’informazione è strumentalizzata per il controllo Statale del pubblico lettore, grazie anche al tono drammatico del raccontare i fatti. Articoli stampa o servizi televisivi sono narrati in maniera tale da suscitare compassione in chi riceve la notizia, così da lasciarsi coinvolgere. Negli ultimi anni è utilizzato un nuovo elemento di trasmissione in tempo reale dei fatti di guerra: il social network. Chi è presente sul luogo dello scontro può utilizzare il proprio cellulare o computer per mostrare e raccontare gli eventi bellici senza filtro o censura. Tuttavia questa rappresentazione è parziale e semplicistica della realtà. Come per le cineprese in Vietnam, anche per mezzo di questo nuovo sistema di trasmissione dà possibilità di condizionamento grazie alle modifiche dei documenti. La Stampa «informa i fatti, non su i fatti», scriveva Derrida: l’elaborato giornalistico è redatto in maniera tale da coinvolgere lo spettatore, piuttosto che informarlo sul realmente accaduto. Il reporter è una figura della stampa andata perduta: come scrive Càndito, c’era un tempo.
Niccolò Antichi

Mimmo Càndito
C’erano i reporter.
Storie di un giornalismo in crisi da Hemingway ai social network,
Baldini & Castoldi, 2016, Milano, pp. 768.
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30 agosto 2017

L’uomo oltre l’inviato di guerra


La guerra oltre la notizia. Note sul giornalismo di guerra di Ilaria Menale è un libro edito dalla casa editrice Mattioli 1885, con il patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, presente nelle librerie dal novembre dello scorso anno. Dopo un’introduzione sulla storia del giornalismo di guerra e sulla figura dell’inviato, l’autrice conduce il lettore in un viaggio attraverso le esperienze professionali e di vita di due importanti ex reporter, ovvero Franco di Mare e Toni Capuozzo.
Con grande sensibilità, il lavoro cerca di raccontare la realtà che si cela dietro alle cronache di guerra e al racconto dei fatti di cui il giornalista e inviato è testimone, entrando nel vivo delle differenze tra il lavoro del professionista e l’esperienza di vita dell’uomo: emozioni, dolore, paure, ricordi e non solo notizie, avvenimenti storici, fatti politici. In molti casi i reporter stessi sentono la necessità di raccontarsi e di raccontare ciò che hanno vissuto affiancando alla carriera del giornalista quella dello scrittore.
Franco di Mare, nella prefazione di “La guerra oltre la notizia”, scrive:
È capitato a chiunque, almeno una volta nella vita, di sentirsi impotente davanti alle raccapriccianti vicissitudini che la realtà spesso propone. […] Quel senso di impotenza è quello che vive chi, tra le zone di guerra, si è recato per svolgere la propria professione e si è ritrovato a essere un uomo debole, inadeguato, incapace a risolvere i devastanti problemi umanitari che scaturiscono dallo scoppio di bombe e sotto alle armi dei cecchini che, come bruti privi di sentimenti e pietà, sparano alla vista di uomini, donne, anziani e bambini”.
Il testo suggerisce interrogativi interessanti. Sorge spontaneo chiedersi, durante la lettura, perché un giornalista decida di fare un lavoro rischioso come quello dell’inviato, quale sia la differenza di informazione tra giornalismo e libro e quali siano le ragioni profonde che spingono un professionista a scrivere un libro dopo essere stato nelle “zone calde”. Per questi quesiti, che tracciano il percorso dello studio, l’autrice cerca di proporre risposte attraverso l’indagine delle esperienze di vita dei reporter citati e coinvolti nel lavoro.
Nella prima parte, Ilaria Menale introduce quella che può essere definita la missione dell’inviato speciale, attraverso la storia del giornalismo di guerra, le caratteristiche di questa figura, i fatti vissuti sul fronte narrati tramite la forma dell’articolo giornalistico, la differenza ipotetica e professionale tra il giornalista uomo e la giornalista donna, il racconto di guerra attraverso il libro. Vengono presentate inoltre biografie, realizzate da Angela Bottigliero, di alcuni storici inviati al fronte anche celebri scrittori: William Howard Russell, Luigi Barzini, Ernest Hemingway, Indro Montanelli, Ryszard Kapuscinski, Tiziano Terzani.
Nella seconda parte, La guerra oltre la notizia esamina due importanti libri, “Il cecchino e la bambina”di Di Mare e “Adios” di Capuozzo, e lo fa attraverso interviste agli autori, dichiarazioni, ricordi, storie tratte dai loro testi ma anche tramite il loro percorso professionale e umano. Di Mare, giornalista Rai e conduttore di Uno Mattina, è stato inviato di guerra e ha seguito conflitti come quelli in Bosnia, Kosovo, Somalia ed Eritrea. Capuozzo, giornalista Mediaset e conduttore di Terra, ha seguito le vicende belliche e la guerriglia dell’America Latina dove era inviato per Lotta Continua.
Il libro si arricchisce di fotografie in bianco e nero che raccontano luoghi, persone, esperienze e culture. Complete le note finali che comprendono riferimenti bibliografici, annotazioni e datazioni.
Ilenia Menale, nata a Napoli ma residente da alcuni anni a Roma, è una giornalista freelance con una Laurea in Economia e Management ed una in Comunicazione d’Impresa. “La guerra oltre la notizia“ è il suo libro d’esordio. Lavora inoltre come ufficio stampa nei settori cultura e politica ed è docente di giornalismo presso alcuni licei del Lazio e della Campania.

Alice dell’Omo

 

Ilaria Menale
La guerra oltre la notizia. Note sul giornalismo di guerra
Mattioli 1885,  Fidenza, 2016, pp. 101.

18 agosto 2017

In libreria

Simona Colarizi
Luigi Barzini. Una storia italiana
Marsilio, Venezia, 2017, pp. 240.
Descrizione
Professionista straordinario, da corrispondente per il «Corriere della Sera» Luigi Barzini ha raccontato i principali eventi del suo tempo: il volo dei fratelli Wright, il raid Pechino-Parigi del 1907, la rivolta dei Boxer in Cina, il fronte libico, la guerra civile in Messico. Antieroe per cultura, egli rappresenta anche, nei suoi pregi e difetti, la media borghesia italiana che al crollo dello Stato liberale si consegna al fascismo e fiancheggia la dittatura. La sua storia attraversa l’esperienza di Salò e l’immediato dopoguerra, restituendoci uno spaccato dell’Italia, prima liberale e poi fascista. In queste pagine a metà tra il saggio e il romanzo, Simona Colarizi ricostruisce gli ultimi tre giorni di vita di Barzini prima della tragica fine, tutt’oggi avvolta dal mistero. Non semplicemente le vicende del cronista, ma anche dell’uomo nei suoi affetti privati: l’amore per la moglie e i figli, il senso di colpa per la fine del terzogenito, morto a Mauthausen. Al grande innovatore del giornalismo italiano fa da contraltare un uomo paradossalmente fragile, insicuro, tanto da incarnare secondo l’autrice «il prototipo del conformista moraviano». Il controverso rapporto con le élite, la fascinazione per il potere, la cocente delusione nei confronti della politica sono tratti che possono dirci molto sulla nostra identità di oggi. «La storia si ripete – scrive Colarizi – anche se non è mai identica a se stessa; in ogni tempo rotture più o meno traumatiche nei sistemi politici nascono dal malessere di una parte della popolazione che si sente esclusa dalla cittadinanza o percepisce quanto siano inadeguate le classi dirigenti a rappresentare le rivendicazioni e a soddisfare le aspettative dei cittadini».
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15 agosto 2017

In libreria

John Steinbeck
Vietnam in guerra. Dispacci dal fronte
a cura di Thomas E. Barden
LeG, Gorizia, 2017, pp. 287.

Descrizione
Questo libro, connubio di sorprendente umanità e alta ispirazione letteraria. è l'ultima opera di Steinbeck. Partito alla volta del Vietnam come inviato del "Newsday" nel dicembre del 1966, lo scrittore-reporter, animato da curiosità e spirito romantico, inizia a muoversi sul territorio da nord a sud con ogni mezzo, partecipando ad azioni militari e documentando la vita quotidiana con rara lucidità.  Spinto dal desiderio di celebrare il coraggio e la virtù dei soldati americani impegnati in un conflitto feroce, Steinbeck finisce per ripensare al senso di questa guerra che stava lacerando la mitologia e l'anima stessa dell'America di allora.
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14 agosto 2017

Reporter

"Il mestiere che faccio non è discutere se una politica è efficace o no, è semplicemente raccontare quali sono le conseguenze della politica sugli esseri umani.... Alla fine di tutto, ogni volta, c’è sempre una scelta morale. Poi deciderete, ma dovete sapere qual è il prezzo che fate pagare. Non potrete dire: ignoravo tutto, credevo, mi avevano detto."
Domenico Quirico
*La Stampa / Il Secolo XIX, 12.8.2017.
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